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Parrocchia, società e politica nel primo Novecento


1. L'offensiva dei parroci
Nel primo decennio del Novecento, caratterizzato da una notevole crescita demografica e da un sensibile miglioramento delle condizioni di vita, l'impegno del clero nel campo sociale si dispiegò con straordinaria intensità. Nell'arco di pochi anni i cattolici si assicurarono una posizione egemonica, che si concretizzò alla vigilia della Grande Guerra nell'elezione a sindaco di Francesco Franceschetti, che si era già segnalato in ambito culturale come campione dell'erudizione locale e in campo politico come "papalino", cioè esponente del movimento cattolico intransigente che si ergeva a paladino dei diritti del Papa-Re e non si riconosceva nei risultati della lotta risorgimentale. Toccò a Calaone il ruolo di roccaforte del movimento cattolico, una roccaforte conquistata grazie al dinamismo e alle capacità organizzative del parroco don Giovanni Marangoni, che resse la parrocchia dal 1904 al 1920. Fu Marangoni a portare a compimento la costruzione del campanile che era stata iniziata alla fine del secolo precedente su progetto di Giuseppe Riccoboni. Ma a lui va soprattutto il merito di aver fondato o rianimato importanti strutture associative. La Cassa Rurale, che era stata creata sotto il suo predecessore, fu rilanciata e raggiunse il numero di 85 soci. Nel 1908, in piena sintonia con la linea "sociale" del vescovo Pellizzo il parroco promosse la nascita di un circolo della Società Cattolica Euganea di Mutuo Soccorso di Este. Intitolato a S. Giustina, il circolo fece il suo debutto in settembre in occasione del collocamento in chiesa di una statua di S. Antonio e della Sagra della patrona. immagine
Nello stesso anno la parrocchia ebbe anche il "comitato elettorale", che era presieduto dal parroco stesso. Non poteva mancare il comitato per l'emigrazione. Nel 1909, infine, fu presa l'iniziativa più importante: la costituzione della Lega cattolica dei lavoratori delle cave.
Anche a Valle S. Giorgio, dove all'ultrasettantenne don Antonio Tescari fu affiancato il giovane cappellano don Andrea Parolin, tipico esponente del dinamico clero pellizziano, l'associazionismo cattolico entrò in una stagione più fervida. Nel maggio del 1909 si avviò la costituzione di un circolo della Società Cattolica di Mutuo Soccorso. Nella festa di S. Pietro sul piazzale della chiesa il prof. Sebastiano Schiavon tenne un comizio su organizzazione operaia e Società Cattolica di Mutuo Soccorso alla presenza di 500 persone. Il dato, probabilmente gonfiato, è fornito dal settimanale diocesano "La Difesa del Popolo", secondo il quale gli avversari avevano fatto girare la voce che "avrebbero parlato in contraddittorio". Ma, nonostante l'invito dell'oratore, nessuno si fece vivo. "Stavano rintanati - ironizzò il settimanale cattolico - in qualche bettola in preda a grande tremarella, che non potè essere attenuata nemmeno dalla numerosa forza pubblica chiamata da lor signori. L'anticlericalismo è stato così un'altra volta letteralmente liquidato". Nello stesso torno di tempo si costituì anche una Società filarmonica.
Lo strumento principe a cui fecero ricorso i parroci fu dunque l'associazionismo (anche a Valle si fondò un comitato per l'emigrazione), ma non va trascurato lo sforzo profuso dalle tre parrocchie nella diffusione della "buona stampa". Compito non facile in una realtà ancora quasi totalmente rurale. immagine
A Calaone, ad esempio, intorno al 1910 il parroco sperimentò la distribuzione di un numero di saggio del quotidiano cattolico "La Libertà" nelle osterie, ma non ottenne un granché. Solo un paio erano i quotidiani cattolici che raggiungevano il paesino euganeo, ma la diffusione di 25 copie del neonato settimanale diocesano "La Difesa del popolo" non rappresentava un risultato disprezzabile. A Baone la diffusione dei giornali cattolici incontrò difficoltà anche maggiori, ma in ogni caso la loro presenza era più larga di quella della "cattiva stampa". Per combattere la circolazione di "giornali cattivi" e di "libri immorali" il parroco di Valle fece ricorso a misure forti: "cartoline illustrate, Vangeli dei Protestanti ed altri libercoli - si legge nei documenti della visita pastorale del 1913 - l'Arciprete in giorno di festa li ha bruciati innanzi la Chiesa".
Conscia del pericolo rappresentato dall'attivismo del mondo cattolico, la Baone laica tentò di reagire dando vita ad una Società di Mutuo Soccorso sotto l'egida del sindaco, l'ing. Augusto Chimelli. Dando ormai per perduta la frazione di Calaone, dove i cattolici avevano raggiunto in fretta un elevato livello di organizzazione, il laico Chimelli "per puntellare - l'espressione è del settimanale diocesano - la sedia sindacale troppo vacillante", puntò a conservare la sua base elettorale a Valle e a Baone.
La preoccupazione e la rabbia del sindaco Chimelli per l'intraprendenza dei cattolici pervadono le lettere in cui, nel giugno del 1909, trasmise al prefetto di Padova le informazioni che gli erano state richieste sulla condotta dei parroci di Valle e di Calaone.
Del primo traccia un profilo denigratorio attribuendogli "istinti epicurei" e una "condotta in numerose circostanze poco dignitosa", ma soprattutto fa presente che "nelle ultime elezioni si appalesò di una intransigenza che nessuno avrebbe mai in lui sospettata" e che non intendeva modificare atteggiamento "spalleggiato dall'anima sua dannata, il cappellano don Andrea Parolin", che l'autorità avrebbe fatto bene a "segnare nel libro nero".immagine
"Nelle passate elezioni e anche dopo - scriveva Chimelli - si valsero d'ogni arma: minacce d'inferno, di terremoti uso Messina e che so io. Li avrei denunziati al procuratore del Re se fossi stato certo che almeno un paio di testimoni avessero davanti al giudice confermato quanto tutti andavano commentando qua e là".
L'arciprete era altresì accusato di sobillare i fedeli dall'altare e dal confessionale, per opporre una Società Cattolica di Mutuo Soccorso a quella già sorta "creando divisioni e suscitando odi e rancori fra questa popolazione finora sì pacifica".
Non sono meno duri e faziosi i giudizi formulati a carico del parroco di Calaone. Si trattava di uno "spirito inquieto, intrigante, battagliero", che aveva fatto di Calaone "la sua rocca" ed occupandosi dei beni della Calaona, "si asservì tutta o quasi quella popolazione rendendola schiava ai suoi voleri". Anche Marangoni interferiva apertamente nelle questioni elettorali: "Nelle elezioni del marzo si dimostrò di una intransigenza la più condannevole e dimostrò anche quale influenza piena e intera egli esercitasse su quegli elettori. Difatti l'On. Camerini non ebbe da colassù che tre o forse quattro voti fra circa 65-70 votanti".

2. La Lega cattolica
I risultati elettorali che lasciavano a bocca aperta la parte laica, erano il frutto di un diuturno impegno nel campo sociale che si ispirava ai principi dell'enciclica papale Rerum Novarum. immagine
Don Marangoni sapeva di dover fare i conti con l'evoluzione della realtà sociale ed economica che si manifestava anche in un sensibile incremento dei lavoratori addetti all'escavazione.
Per molti secoli l'escavazione della trachite aveva rappresentato un'attivita molto limitata. Una statistica industriale del 1890 segnala una sola cava di trachite con 5 dipendenti, un numero quasi trascurabile rispetto ai più di 150 operai occupati nelle cave di Monselice. La medesima statistica ci informa dell'esistenza di una fornace di calce a fuoco intermittente con 10 operai con una produzione annua di 16.000 quintali.
L'attività di cava registrò una sensibile espansione all'inizio del nostro secolo, contestualmente alla favorevole congiuntura economica. L'incremento riguardò la produzione della calce: nel febbraio 1905 fu inaugurato a Baone un nuovo forno da calce a fuoco continuo della Società Unione in Baone, i cui soci erano Lazzarini Antonio, che ne aveva anche la gerenza, Mazzucato Narciso, Carotta Giulio, Carotta Giovambattista.
Due anni dopo in località Terralba inizò l'attività il forno da calce a fuoco continuo "La Terralba" di proprietà di Virginia Marolla ved. Gandini. Nel 1911 gli occupati nelle due fornaci erano saliti a quaranta.immagine
Più consistente dal punto di vista occupazionale fu, in quello stesso periodo, l'incremento dell'estrazione di trachite nel territorio di Calaone. Il censimento del 1911 registra infatti due cave con 43 lavoratori.
Alla fine del primo decennio del secolo dunque i cavatori rappresentavano a Calaone una realtà cospicua, ma completamente priva di organizzazione e per di più sottoposta a condizioni di lavoro pesantissime. "Quanti conoscono i nostri colli - scriveva il quotidiano padovano "La Provincia di Padova" del 17 settembre 1909 - e sono passati in vicinanza delle cave di trachite, hanno avuto modo di vedere decine e decine di esseri umani compiere sforzi grandissimi per trascinare enormi ammassi di pietre, sforzi poi male compensati". Frequenti erano gli incidenti sul lavoro, che provocavano invalidità più o meno gravi e qualche volta anche la morte. immagine
Era dunque ovvio che le nuove forze politiche emergenti si prefiggessero l'obiettivo di rappresentare i lavoratori occupati nelle numerose cave dei colli. A Monselice prima, a Montegrotto poi erano stati i socialisti a farsene carico. A Este, però, e nelle immediate vicinanze il socialismo era una presenza trascurabile. Molto più forte e intraprendente era il movimento cattolico che aveva il suo centro di irradiazione nell'efficentissimo e combattivo Circolo San Prosdocimo, che annoverava tra i suoi membri anche Francesco Franceschetti.
Al 1908 data la costituzione del Circolo Operaio Cattolico di Calaone che si propose l'istituzione di un'unione di tipo sindacale tra i lavoratori delle cave. Questo obiettivo fu realizzato in pochi mesi: il 29 giugno 1909 il prof. Sebastiano Schiavon, segretario dell'Ufficio Cattolico del Lavoro, tenne una conferenza al termine della quale fu formalmente costituita la Lega dei cavatori. Venne immediatamente insediato un ufficio di presidenza composto di 5 persone.
La nascita della Lega cattolica dei cavatori rispondeva ad un'esigenza reale: era lo strumento organizzativo di cui servirsi per rivendicare il miglioramento delle condizioni di lavoro. E che ce ne fosse l'urgenza, lo dimostrò quanto avvenne pochi giorni dopo.
Il 9 luglio i cavatori e i carrettieri che lavoravano nelle cave di Calaone alle dipendenze delle ditte Marchesini e Gattolin scesero in sciopero. A spingerli a intraprendere per la prima volta una forma di lotta così radicale in un ambiente in cui il conflitto sociale era pressoché sconosciuto, furono due motivi: la diminuzione delle tariffe e la decisione dei proprietari di far ricorso ai carrettieri delle cave di Montegrotto, dove era in corso uno sciopero molto duro. Il compito di condurre le trattative fu assunto da Schiavon, ma anche don Giovanni Marangoni, l'intraprendente parroco di Calaone, fece la sua parte. Per un paio di giorni i proprietari fecero muro; poi, di fronte alla sorprendente compattezza degli scioperanti, ammorbidirono le loro posizioni. Il giorno 15 sottoscrissero un accordo che soddisfaceva gran parte delle richieste della Lega.
Marchesini si obbligava a riconoscere la Lega cattolica e a trattare direttamente con i suoi rappresentanti. In caso di mancanza di lavoro gli operai, divisi in squadre, avrebbero lavorato a turno. In caso, invece, di sovrabbondanza di lavoro il padrone avrebbe potuto assumere altri operai oltre a quelli già alle sue dipendenze.
Con lo sciopero i cavatori avevano riportato una indubbia vittoria, che assumeva un significato rilevante per tutto il movimento operaio. Era la prima importante lotta condotta vittoriosamente dall'organizzazione sindacale cattolica, ed inevitabilmente poteva essere interpretata non solo come un successo della classe lavoratrice, ma soprattutto come uno scacco al movimento socialista. I cattolici erano riusciti là dove i socialisti avevano fallito.
"Che cosa sarebbe successo - si chiese il settimanale diocesano "La Difesa del Popolo" - se l'Ufficio del Lavoro di Padova non fosse andato in soccorso degli operai di Calaone? Abbandonati da noi probabilmente sarebbero ricorsi alla Camera del Lavoro e la Camera del Lavoro socialista ed antireligiosa avrebbe steso le sue ali anche sulle cave di Calaone".

3. Rivolta a Calaone
Naturalmente Marchesini non poteva condividere la soddisfazione del sindacato cattolico. Per lui il patto del 15 luglio era un boccone difficile da digerire, un accordo capestro da rimettere in discussione al più presto, magari senza esporsi in prima persona.
La sera di sabato 4 settembre agli operai che gli si presentarono davanti per riscuotere la paga guadagnata con tanta fatica, il Marchesini comunicò che da quel momento si potevano ritenere licenziati. "Non ho più lavoro" disse. Non disse però che aveva già concluso un contratto con il quale dava in affitto la sua cava a Sante Sinigaglia e che questi intendeva assumere - abbiamo ragione di credere su suggerimento di Marchesini - operai non iscritti alla Lega cattolica. Nei giorni seguenti la notizia trapelò e in paese gli animi cominciarono a scaldarsi. Giorno dopo giorno la rabbia montò, perché appariva chiaro a tutti che l'imprenditore voleva prendersi una rivincita, sia pure per interposta persona, mettendo in un angolo la neonata organizzazione sindacale e quindi provocandone la crisi. immagine
La mattina di lunedì 13, quando Sinigaglia riprese il lavoro con dieci operai "stranieri" in sostituzione di quelli del posto - e ciò era la migliore dimostrazione che i licenziamenti erano stati assolutamente pretestuosi e che l'accordo del 15 luglio era ormai carta straccia - i cavatori di Calaone si diressero in massa verso la cava con l'obiettivo di impedire il lavoro dei crumiri, gli operai non iscritti alla lega. Quella mattina però non andarono da soli. Li seguirono donne e bambini. C'era anche Schiavon, che in tono perentorio proclamava che il lavoro nella cava non poteva continuare. "Sacramento, no lavora gnanca Dio a Calaon" avrebbe esclamato ad alta voce. Avvertiti da Marchesini, che evidentemente si aspettava la decisa reazione dei cavatori, arrivarono sul posto i carabinieri e il delegato di Pubblica Sicurezza di Este.
Dapprima i dimostranti diedero sfogo alla rabbia con insulti e minacce ai crumiri. Poi, quando dalla cava cominciarono ad uscire i primi carri ricolmi di trachite, di slancio tentarono di ribaltarli. A quel punto i carabinieri intervennero con durezza, incontrando però una sorprendente resistenza. Ne nacque un indescrivibile parapiglia, in cui le donne ebbero un ruolo di primo piano. Alcune fra le più esagitate si accapigliarono con i crumiri che avevano raggiunto nella cava. Con grande fatica i carabinieri riuscirono a sedare la rivolta, ma per farlo dovettero procedere all'arresto di otto dimostranti, tra cui quattro donne. Nella colluttazione due carabinieri rimasero feriti. La giornata si chiuse con un bilancio pesantissimo per il paese di Calaone in quanto agli arresti si aggiunse una raffica di denunce al Procuratore del Re: ben 45 furono le persone denunciate, tra cui il professor Schiavon.
Per due giorni la cava restò sotto la sorveglianza della forza pubblica, mentre il lavoro venne sospeso, anche perché i crumiri non si fecero più vedere. La situazione rimase esplosiva, per cui l'Ufficio Cattolico del Lavoro mandò due sacerdoti, don Granella e don Rebeschini, a calmare gli animi dei calaonati. I due riuscirono a concludere con Sinigaglia un accordo che stabiliva che il lunedì seguente i cavatori iscritti alla Lega avrebbero ripreso il lavoro percependo la paga stabilita dal vecchio contratto per 1.200 metri di trachite e il 30 per cento in meno per altri 800 metri.
Il processo ai "ribelli di Calaone" si celebrò a Este in novembre, in un clima relativamente disteso, anche perché in fase istruttoria per una trentina di persone la denuncia era stata archiviata. Quasi tutte le parti in gioco contribuirono a minimizzare la gravità dell'episodio che una parte della stampa aveva presentato come una minacciosa rivolta. I 16 imputati rinviati a giudizio, tra cui Schiavon, negarono di aver partecipato al fatto o dichiararono di non ricordare. Nella sua deposizione il tenente dei carabinieri dichiarò che nessuno dei suoi sottoposti aveva riportato gravi conseguenze nella colluttazione con i manifestanti. Il parroco, per parte sua, attribuì la ribellione a due cause: il bisogno di pane e il contegno provocatorio di Marchesini. Tra i testi a discarico si presentò "una fila di buoni e zotici contadini di Calaone, i quali - è il resoconto di un quotidiano padovano - con semplicità e naturalezza [vennero] a dirci che gli imputati nulla hanno fatto". Uno dei difensori, sostenne la tesi - "brillante" per alcuni giornali - che nella fattispecie non si doveva parlare di "impedimento al lavoro", ma soltanto di "esercizio arbitrario delle proprie ragioni", perché gli operai non avrebbero impedito il lavoro, ma si sarebbero portati dal Marchesini "per chiedere lavoro, cui essi credevano avere diritto poiché Marchesini arbitrariamente aveva rotto i patti contrattuali".
Alla fine il tribunale emise una sentenza che ridusse le richieste della pubblica accusa. Tre imputati, tra cui Schiavon, furono assolti; tredici furono condannati a qualche settimana di carcere e ad una multa. Di questi ben sette, cioè la maggioranza, erano donne.

4. L'arciprete, il sindaco e il maestro
Le elezioni comunali del 4 luglio 1910 segnarono la vittoria della lista cattolica per cui nella seduta consiliare del 13 luglio fu eletto sindaco Francesco Franceschetti. La sua fervente adesione al movimento cattolico estense, ancora schierato su posizioni di intransigente difesa dei diritti temporali del Papa, si manifestò in più occasioni, come, ad esempio, nel maggio del 1911 quando si discusse in consiglio la proposta di alcuni consiglieri di spedire un telegramma al sindaco di Roma in occasione dell'inaugurazione del Monumento a Re Vittorio Emanuele II, oggi più noto come "l'altare della patria". Il testo del telegramma, che attribuiva al re Vittorio Emanuele il merito di avere restituito "all'Italia la sua capitale intangibile", non ebbe i voti dei consiglieri cattolici. Quell'aggettivo intangibile era indigeribile per Franceschetti perché implicava l'idea che l'italianità di Roma era insindacabile e che il Papa non poteva vantare diritti su di essa. Per protesta contro la maggioranza consiliare che aveva proposto in alternativa un telegramma più generico, i consiglieri proponenti abbandonarono la seduta: prima di uscire, uno di loro si avvicinò al tavolo del sindaco "insistendo perché fosse aggiunta la parola intangibile per l'altissimo amore che egli porta[va] alla patria".immagine
Molto più gravido di conseguenze fu il coinvolgimento dell'amministrazione comunale nella vicenda politico-giudiziaria che ebbe per protagonista Giovanni Alezzini, giovane insegnante della scuola elementare maschile di Valle San Giorgio. La questione ebbe origine dalla denuncia presentata da una trentina di abitanti di Valle S. Giorgio a carico del maestro. Nella seduta del consiglio comunale del 10 aprile 1911 il sindaco Franceschetti propose di fatto il licenziamento di Alezzini argomentando che l'inchiesta dell'amministrazione comunale aveva accertato le seguenti responsabilità: deficienza di profitto, inosservanza di orario, maltrattamento degli alunni, distrazione degli alunni dai doveri scolastici per mandare "simboli amorosi alla fidanzata", svolgimento di temi poi assegnati agli esami, un'infrequente ubriachezza anche in occasione di gita con gli alunni. Ne seguì un acceso dibattito, nel corso del quale l'ex sindaco Chimelli assunse le vesti di difensore di Alezzini, presentandolo come vittima di una vera e propria persecuzione.
Per Chimelli la vera colpa del maestro era stata quella di aver tentato di istituire a Valle una Società Operaia di Mutuo Soccorso di orientamento laico, opponendosi alla volontà dell'arciprete Tescari che "voleva che si dovesse intitolare cattolica". All'origine della persecuzione c'erano soltanto le sue idee, che non potevano essere digerite dalla "minuscola, quanto vendicativa consorteria che spadroneggia Valle". Anche altri consiglie ritirarono in ballo il ruolo dell'arciprete: per il consigliere Lazzarini il "can can di accuse" contro il maestro Alezzini era "il prodotto delle trame concretate dalle canoniche". Naturalmente la linea del sindaco fu difesa dai consiglieri della maggioranza. Il consigliere Rossato, ad esempio, fece presente che i genitori avevano già annunciato che non avrebbero mandato i figli a scuola se Alezzini fosse stato confermato nel suo posto.
Alla fine il consiglio, accantonata la proposta di non conferma, deliberò pilatescamente di demandare al sindaco di denunciare il maestro, "ove credesse", al Consiglio Scolastico Provinciale. immagine
L'opposizione aveva segnato un punto a suo favore, ma per Alezzini la situazione restò molto difficile. I genitori di Valle applicarono nei suoi confronti quel boicottaggio che avevano annunciato ed inutilmente Chimelli chiese al sindaco di intervenire per contrastarlo. Franceschetti rispose che non era compito dell'amministrazione e che i genitori erano "irremovibili". Lo scontro si fece sempre più aspro, ma forse pochi potevano prevedere i drammatici sviluppi che avrebbe avuto qualche mese dopo.
L'8 dicembre il maestro Alezzini fu arrestato con l'imputazione di aver rubato una macchina da cucire nella casa canonica di Valle. Ad accusarlo fu una parente dell'arciprete, alla quale parve di riconoscere nel giovane maestro l'individuo entrato col lume acceso in mano nella stanza in cui la donna dormiva nella notte del furto.

Risultati delle elezioni politiche del 1913
 

Iscritti

Votanti Camerini Oddi Pellegrini Contest. Nulli
Baone 356 238 85 144 9

-

3  
Valle 283 186 61 124 1 2 4  
Calaone 282 215 56 159

-

6 4

L'arresto di Alezzini, che fu tradotto in carcere a Este, ebbe una vasta eco nella stampa provinciale, che in larga parte - come lamentò il quotidiano cattolico "La Liberta" - presentò il fatto come "una manovra della canonica contro l'Alezzini, perché socialista ed eterno avversario del venerando arciprete". E in verità era difficile per chiunque non mettere in relazione l'arresto con la campagna che da alcuni mesi era in atto contro il maestro. Tant'è che la stampa cattolica si mosse con molta cautela. "La Libertà" non escluse che si fosse trattato di un equivoco e che i carabinieri avessero agito troppo precipitosamente: ciò che si doveva escludere è che si fosse trattato di una manovra dell'arciprete.
Il fatto, per la sua gravità, scosse la vita del paese ed ebbe un'eco anche nel Consiglio comunale. Ancora una volta Chimelli prese le difese di Alezzini accusando implicitamente il sindaco di aver avuto una parte nel "luridissimo fattaccio degno del medio evo": pochi giorni prima dell'arresto - strana coincidenza - si era incontrato con il Prefetto. La sedia sindacale era stata dunque "macchiata dal fatto avvenuto a danno del maestro perseguitato". Per Chimelli Alezzini era "un povero maestro insidiato nella scuola, nella famiglia e nella società e perfino gettato barbaramente in carcere sotto la più grave accusa che possa commettere il più volgare delinquente". Per la "mentalità di gente inumana" era stato privato della sua famiglia che "egli adorava e a cui tutto consacrava per sostenerla". Gli ispiratori morali del boicottaggio - tuonò l'ex sindaco - non si erano limitati a favorire la diserzione degli scolari, ma avevano anche provocato l'allontanamento degli avventori dal negozio condotto dalla famiglia del giovane maestro.
La detenzione di Alezzini durò soltanto fino al 12 dicembre. La sua liberazione fu festeggiata da una dimostrazione di simpatizzanti a cui il quotidiano "Il Veneto" diede notevole risalto:
"Questa mattina verso le 10 circa 300 persone fra cui uomini e donne e gli stessi alunni dell'Alezzini con la bandiera della Scuola in testa provenienti dalle frazioni di Valle S. Giorgio, Calaone e Baone, vennero a Este per fare una dimostrazione di simpatia e affetto al maestro Alezzin [...]
Quando l'Alezzini e la sua compagna fecero per avviarsi verso Valle S. Giorgio la manifestazione assunse un carattere addirittura imponente. [...]
Giunto a Valle constatai con piacere come la Scuola dei Krumiri aperta nella canonica, favorita dalla prima autorità del luogo e affidata alle cure della signora Bianca Fabbrichesi, fosse stata chiusa per ordine delle autorità superiori! ... Speriamo che questa volta non saranno soddisfatti i desideri del cavaliere papalino Francesco Franceschetti, mettendo la Fabbrichesi nelle Scuole del l'Alezzini fino a tanto ch'egli sarà in possesso della completa assoluzione".
L'articolo si chiudeva invitando Alezzini a conservare la sua "calma abituale" e ad attendere sereno il "giudizio degli onesti", perché l'ora del "trionfo" e della "soppressione morale" degli avversari non era lontana.

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In realtà a Valle, come del resto nelle altre frazioni, le elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile, confermarono l'egemonia cattolica: il candidato Ettore Arrigoni degli Oddi superò nettamente il radicale Camerini, addirittura stravincendo a Calaone, dove il candidato socialista Pellegrini non raccolse neppure un voto.
Neppure il nuovo secolo aveva attenuato l'impermeabilità di Baone al messaggio socialista. Tanto che "La Difesa del Popolo" si permetteva di ironizzare su quel socialista estense "Che l'ano passà, montà su una carega, el provava a far el propagandista rosso e voleva impiantar in paese na fanfara". I Calaonati però - concludeva il settimanale - hanno scelto "de scoltar el paroco e de no darghe reta".

Note:
Molte informazioni sull'attivismo dei parroci in campo sociale si ricavano dai documenti delle visite pastorali. Per Calaone si veda anche il breve profilo di alcuni parroci, in particolare quello di don Giovanni Marangoni, in M. Andreose, Calaone tra storia e leggenda, s.l. 1975. Per Valle S. Giorgio cfr. A. Lazzarini, Vita sociale e religiosa nel padovano agli inizi del novecento, Roma 1978, p. 145, n. 185: "A Valle S. Giorgio don Parolin fu inviato come cappellano per coadiuvare l'ultra settantenne arciprete don Tessari, che divenne un fervente pellizziano".
Sulla diffusione della stampa, "buona" e "cattiva", si veda La visita pastora le di Luigi Pellizzo nela diocesi di Padova (1912-1921), a cura di Antonio Lazzarini, vol. I, Roma 1973, pp. 436, 442e471.
Sulla Società di Mutuo Soccorso, cattolica e laica, si veda "La Difesa del Popolo", 16 maggio 1909 e 4 luglio 1909. Le lettere di Chimelli al Prefetto del 1 giugno 1909 con informazioni sui conto dei parroci di Calaone e Valle S. Giorgio sono in ASP, Gabinetto Prefettura, b. 209.
I dati sull'occupazione nelle cave e nelle fornaci del padovano si desumono da Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Notizie sulle condizioni industriali della Provincia di Padova, Roma 1890. Nelle "Notizie sul movimento commerciale e industriale" trasmesse dal Sindaco di Este alla Camera di Commercio di Padova in data 19 novembre 1898 (ACE, b. 1098) a Baone l'unica attività risulta quella della ditta "Cattani Antonio e Comp., forno da calce, operai n. 10, per soli mesi 8, smercio nella Provincia di Padova, Rovigo e Mantova". Nell'opuscolo La calce eminentemente idraulica edito dal la ditta E. Zillo di Este nel 1960 si legge che "Nel 1882 Domenico Zillo iniziava la produzione della calce aerea in zolle con un forno nei pressi di Baone".
Sulla costituzione della lega Calaone, si veda "La Difesa del Popolo", 4 luglio 1909. Sul primo sciopero Calaone. La vittoria dell'organizzazione, "La Difesa del Popolo", 25 luglio 1909. Sulla ribellione si soffermano gli articoli Grave ribellione di cavatori. Otto arresti e Carabinieri feriti. Mezzo paese denunciato; Sui fatti di Calaone. Che cosa dice uno spassionato; La calma a Calaone, pubblicati su "La provincia di Padova", 13-14 settembre, 14-15 settembre e 16-17 settembre 1909. Inoltre Disordini violenti alle cave di trachite di Calaone, in "Il Veneto", 14 settembre 1909.
Sul processo ci informano gli articoli: La sentenza nel processo per i fatti di Calaone; Ancora il processo di Calaone, pubblicati su "La Provincia di Padova", 14-15 novembre e 15-16 novembre 1909. Si veda anche A proposito d'uno sciopero cattolico, in "L'Eco dei Lavoratori", 27 novembre 1909.
Questi i nomi dei condannati: Ferraretto Vittorio, Bonato Antonio, Fedeli Guglielmo, Colombo Felicita, Varesin Laura, Berton Anna, Turetta Maria, giorni 50 e lire 30 di molta, Toniolo Costante 45 giorni, Ferraretto Beniamino a 27 giorni, Ferraretto Elisa a ghiorni 21, Ferraretto Santa a giorni 30 e lire 30; Ferraretto Antonia a giorni 25; Dall'O Sante a giorni 70.
Le notizie sull'amministrazione comunale presieduta da Franceschetti e sul caso Alezzini sono ricavate dalle delibere consiliari conservate in ACB, Registro Delibere Consigliari dal 1910 all'8 marzo 1912. Un profilo di Franceschetti, corredato da una bibliografia pressoché completa, è delineato in A. Callegati, In memoria di Francesco Franceschetti, Padova 1939. Sull'attività politica di Alezzini nel primo dopoguerra ha fatto luce il saggio di Tiziano Merlin "I fascismi" rivoluzionari padovani nel biennio rosso, "Terra d'Este", a. 11, n. 3, pp. 31- 35, dove tra l'altro si legge: "Socialista anarchico, ferocemente anticlericale... successivamente interventista e graduato di guerra, fu tra i fondatori dell'Associazione nazionale combattenti padovana". Sul suo ruolo di primo piano nel fascismo padovano - fu prima segretario federale del Fascio e poi deputato - si sofferma un altro saggio di Merlin, Due "comunisti" nel fascismo padovano: Ennio Cavina e Giovanni Battista Alezzini, ‘Terra d'Este' a. III, n. 6.
Sull'arresto di Alezzini e suoi strascichi ci informano numerosi articoli del quotidiano padovano "Il Veneto": I turco-arabi di Valle S. Giorgio. Il colmo della persecuzione del maestro Alezzini (9 dicembre 1911); Un fatto incredibile (10 dicembre 1911);Ancora del caso del maestro Alezzini. Le proteste dell'Associazione magistrale" (11 dicembre 1911); Dimostrazione commovente. Il popolo insorge contro una perfidia (13 dicembre 1911). Il punto di vista dei cattolici è espresso negli articoli del quotidiano "La Libertà": L'arresto del maestro Alezzini (9-10 dicembre 1911); Il maestro Alezzini in libertà provvisoria (12-13 dicembre 1911); Intorno all'arresto del maestro Alezzini (13-14 dicem bre 1911).
I risultati elettorali del 1913 sono tratti dal periodico estense "Il Venda", n. 51, dell'1.11.13. l'ultima citazione è tratta da Calaone. Ancora el gobo, "La Difesa del Popolo", 16 maggio 1909