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Nella seconda guerra mondiale


1. La visita del Duce e il primato demografico di Baone
Soltanto la nebbia guastò la memorabile giornata del 10 ottobre 1940, quando Mussolini, Duce del fascismo e fondatore dell'Impero, dopo aver passato in rassegna i battaglioni della Gioventù Italiana del Littorio schierati a Padova in Prato della Valle, raggiunse Baone per assistere dall'alto del colle Moschine allo svolgimento di "una manovra a fuoco" dei volontari del Littorio.
Nei giorni che precedettero l'eccezionale evento le autorità della vicina Este, dove il Duce avrebbe fatto tappa prima di arrivare a Baone, misero a punto un piano che prevedeva l'allestimento di un imponente apparato scenografico. Il grosso degli interventi riguardava ovviamente il centro della cittadina, ma il progetto interessava anche il tronco di strada che la collegava a Baone.
Dopo un'idonea sistemazione, che comprendeva la pulitura, la rullatura e l'asfaltatura, la strada sarebbe stata addobbata con pennoni e bandiere.
All'ingresso di Baone era prevista l'installazione di un "arco romano con scritta di saluto", mentre nella piazza, decorata con pennoni e bandiere, sarebbe stato allestito un palco per le "madri prolifiche". immagine
La prolificità, tipica caratteristica del mondo rurale, doveva dunque essere il segno distintivo delle accoglienze riservate dal piccolo comune al capo del fascismo. Baone non aveva, come Este, martiri fascisti da celebrare, ma un cospicuo campione di famiglie numerose che potevano essere esibite come prova del buon andamento della campagna demografica del regime. Le cronache giornalistiche relative al passaggio di Mussolini sottolinearono appunto questo aspetto. "La Gazzetta del Popolo" osservò che lungo la strada di Baone, che Mussolini imboccò provenendo dal centro di Este, le accoglienze assunsero "uno schietto carattere rurale". E proseguiva:
"Molti trofei decorativi si abbelliscono di pannocchie di granoturco, sulle soglie delle case vi sono nugoli di bimbi con le mamme che tengono in braccio il più piccino e che salutano romanamente. Gli uomini sono andati all'adunata nel capoluogo.
Ecco Baone. All'ingresso del paese un cartello annunzia che la popolazione è di 4300 abitanti come a scusare la pochezza dello schieramento. Ma tutti i 4300 sono in strada per salutare il Duce, raccolti attorno ai loro gagliardetti e una fanfaretta piena di buona volontà squilla marziale. Presso la chiesa è una grande aiuola colma di Balilla e di Piccole italiane".
La connotazione rurale dell'evento fu sottolineata anche dal quotidiano padovano "Il Veneto", che pose l'accento sul primato demografico di Baone e sul compiacimento manifestato dal Duce: immagine
"Nella notte intere famiglie di contadini - si legge sul numero del 12 ottobre 1940 - erano scese dai colli e dalle valli. Sana gente rurale, attaccata alla terra, semplice e generosa, che dona figli in abbondanza alla Patria. Il Duce si è fermato un istante davanti al palco ove avevano preso posto le madri prolifiche.
Una scritta diceva: centoventisei madri, milleottanta figli. Si rivolse a loro con un gesto che esprimeva la sua predilezione per queste madri che conservano nei loro figli le qualità più nobili della nostra razza.
Poi chiamò vicino il Fiduciario del gruppo famiglie numerose ed il Commissario del Comune ai quali espresse il suo compiacimento per questo primato demografico del piccolo paese. Al Duce il figlio della Lupa Antonio Meneghetti di 2 anni e mezzo offrì un omaggio floreale, ricevendone in cambio dal Fondatore dell'Impero una carezza ed un sorriso".immagine
Dal centro del paese il Duce raggiunse l'Osservatorio di quota 141, dove avrebbe dovuto assistere alla manovra a fuoco dei volontari del Littorio e dove lo attendevano i membri del Governo e gli ufficiali incaricati della direzione della manovra.
Ma una fitta nebbia impedì lo svolgimento della prevista esercitazione. Il Duce si limitò ad osservarne i grafici e a esaminare il programma delle prove.
L'Italia era già entrata in guerra da cinque mesi, quando il Duce fece tappa a Baone, ma la guerra per la gente del luogo era ancora una realtà lontana.
La fiducia in una rapida e vittoriosa conclusione dello scontro non era ancora stata intaccata. La vita in paese scorreva apparentemente tranquilla. A Baone proseguivano senza sosta i lavori di costruzione della nuova chiesa iniziati nel 1933 per iniziativa del parroco Giovanni Domenico Gios. Il tempio, progettato da Pietro Simonian, fu portato a compimento nel 1942 e il 6 aprile dello stesso anno ebbe luogo la sua inaugurazione alla presenza del vescovo Carlo Agostini.
L'anno seguente l'iniziativa del parroco di Calaone, don Elio Brasola, poneva le basi per la fondazione di una chiesa a Rivadolmo. immagine
Il primo atto consistette nel prendere in affitto parte di un fabbricato ubicato lungo la strada pedecollinare di proprietà della contessa Fracanzani e nell'adattarlo ad oratorio, provvedendolo del necessario per l'esercizio del culto.
"L'ho aperto al pubblico - scrive don Brasola nella Cronistoria di Calaone - dopo di essere stato autorizzato da S. Ecc. Mons. Vescovo. Da principio la messa mi è stata concessa per i soli giorni feriali. Ma verso la fine dell'anno 1944 un decreto vescovile mi autorizzava a celebrare tutte le domeniche e le feste di precetto".
Lo stanzone preso in affitto nel pieno della guerra resterà il luogo di culto per gli abitanti di Rivadolmo fino al 1951. immagine
In quell'anno infatti sarà iniziata e completata la costruzione della chiesa dedicata a S. Luigi Gonzaga, a cui seguirà nel 1955 l'erezione della parrocchia di Rivadolmo, con territori smembrati da quelle di Este, Cinto Euganeo e Calaone.
Senza dubbio la fondazione di una chiesa nella piccola frazione bagnata dal Bisatto rappresentava la soluzione di un problema tutt'altro che recente.
Lo aveva segnalato, ad esempio, il parroco di Calaone in occasione della visita pastorale del 1913: "Una quasi metà dei parrocchiani si trova al piano. E questi poco frequentemente accedono alla chiesa parrocchiale e per la lontananza e per la difficoltà delle strade". Ma ad accelerare l'iniziativa concorse anche un secondo elemento.
Così ne parla don Cattin, parroco di Baone, nel ripercorrere il proprio ministero immaginepastorale: "Appena si accorge che in una frazione del territorio comunale una cellula di marca protestante, minacciando di allargarsi, causa la lontananza dalla parrocchiale, direttamente o indirettamente favoriva un piazzarsi di forze anticristiane da non trascurarsi, e già se ne sentivano gli effetti nei computi elettorali, si mise all'opera e fece fondare una parrocchia sul luogo".

 


2. "Campane a terra, perduta la guerra"
Nel frattempo con il trascorrere dei mesi la popolazione cominciò ad avvertire sulla propria pelle le prime gravi e dolorose conseguenze del perdurante stato di guerra. E scarso o nessun rimedio poteva venire dagli sforzi propagandistici del regime. Nascondere o minimizzare gli insuccessi sul piano militare e il peggioramento delle condizioni di vita era impossibile. In realtà i primi a sperimentare l'ampiezza dello scarto esistente tra la propaganda fascista e la realtà della guerra furono gli uomini impegnati a combattere sui vari fronti.
Se ne ha una prova nelle lettere che dalle zone di guerra inviavano alle loro famiglie e che, essendo state intercettate dalla censura militare, oggi sono conservate negli archivi dello Stato. In molte di esse trovano sfogo sentimenti che poco o nulla hanno a che fare con le mitologie belliciste del regime. Spesso vi si coglie un intenso desiderio di pace, la struggente nostalgia della famiglia lontana, degli amici, del paese. Purché il massacro finisca presto, si arriva anche ad auspicare che l'Italia sia colpita da una qualche calamità. Nel gennaio del 1943 un soldato di Valle San Giorgio scriveva alla famiglia:
"... speriamo che del frumento ne venga fuori poco quest'anno e allora terminerà".
La fiducia in quella vittoria che fascismo aveva dato per certa in pochi mesi, ormai non ha più fondamento alcuno. Alla fine di marzo del 1943 un sergente così scrive dall'Africa alla sua famiglia residente alle Casette:
"... riguardo a me personalmente tutto mi va bene, ma le cose in genere non mi pare tanto, forse sarà pessimismo oppure qualche cosa di simile ma se ne dice tante. In Italia cosa si dice? Cosa fanno? C'è movimenti? I giornali che cosa dicono di questo fronte? bene? male ? Io ci sono ma non ne capisco niente, temo una cosa sola, forse non sarà, speriamolo. Sapete che cosa? La fine dell'Africa".
Qualcuno è ancora disposto ad uno sforzo, ad un ultimo sacrificio, ma soltanto nella prospettiva di un rapido ritorno tra i suoi cari:
"... Ebbene si sa - la lettera è indirizzata a Edvige F. di Rivadolmo - che in guerra bisogna soffrire di tutto. Tuto questo è nula quello che interesa e che ci sia una presta Vittoria e che tuti potiamo tornare alle nostre desiderate case per sistemare un nostro avenire al nostro grande piacere di potter fare una vita bela che sarebbe anche ora di riunirci per mai più lascarsi..."
La pace è il vero oggetto del desiderio, come scrive il soldato Pietro B. in data 24 giugno:
"Quando penso che dopo essere ritornato dalla Russia per miracolo, mi portarono qui giù in un posto più pericoloso, immaginate se posso star bene. Qui si aspetta ogni giorno sempre peggio. Speriamo che finisca presto e che arrivi quella tanto desiderata pace".
Tutti i brani riportati sopra sono estratti da lettere bloccate dagli uffici della censura militare, ma ciò non significa che le famiglie dei soldati continuassero a dare credito ai bollettini ufficiali. Le notizie sul reale andamento della guerra riuscivano ad aggirare gli sbarramenti eretti dalla censura e giorno dopo giorno sgretolavano il consenso nei confronti del regime e del suo capo. Ancora prima della caduta di Mussolini (25 luglio 1943) e della sua sostituzione col maresciallo Badoglio, la consapevolezza della gravità della situazione si era insinuata nelle pieghe della società.
I parroci furono i primi ad acquisire tale consapevolezza e ad agire di conseguenza. Il 12 aprile 1943 il parroco di Baone iniziò la preparazione alla "giornata di propiziazione per la cessazione della guerra", che fu celebrata a Este il 5 maggio. Era evidentemente un'iniziativa che interpretava il senso di stanchezza e di sfiducia che ormai toccava tanta parte della popolazione civile. A diffondere ancor di più uno spirito pessimista, se non addirittura disfattista, contribuì un fatto che assunse una grande valenza simbolica.immagine
A Calaone il 26 giugno arrivarono gli operai della fonderia Daciano Colbacchini con l'incarico di rimuovere due campane, la più grande e le più piccola. Va detto che la requisizione delle campane, che interessò molte parrocchie della diocesi, era stata autorizzata il 23 aprile 1942 da un decreto ministeriale del sottosegretario di stato per le fabbricazioni di guerra. "L'impressione della popolazione fu grande, il dolore immenso - scrisse il parroco don Elio Brasola nella Cronistoria -: il popolo ama le sue campane". Durante i lavori di rimozione i presenti manifestarono i loro sentimenti di rabbia e di condanna con espressioni inequivocabili: "Campane a terra, perduta la guerra"; "Bisognerebbe dare non le campane ma le corde perché chi vuole le campane si impiccassero"; "Chi si presta per la rimozione non si faccia più vedere in parrocchia".
Agli operai che chiedevano di essere aiutati "con barelle e buoi" per portare le campane a Este, fu risposto "Vorremmo avere un cannone per fulminarvi tutti". E di fronte alla promessa di un compenso qualcuno esclamò: "Sarebbe il denaro di Giuda".
"A mezzogiorno sotto il sole cocente - continua il resoconto di don Brasola - gli operai della ditta Colbacchini addetti per la rimozione desideravano un bicchiere di vino, le osterie di Calaone rimasero chiuse rifiutandosi di dare il bicchiere di vino a chi ci portava via, compiendo un atto sacrilego, le campane".

 

3. Renitenza e resistenza
La destituzione del Duce prima (25 luglio 1943) e l'armistizio con gli alleati dopo (8 settembre) suonarono inevitabilmente come una conferma del disastro militare e politico a cui l'Italia era stata condotta dalla guerra fascista. E il disperato tentativo compiuto dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana, nata poche settimane dopo l'8 settembre più per volontà dell'ex alleato tedesco che per autonoma iniziativa del Duce, per ricostruire il consenso degli italiani nei confronti della prosecuzione dello sforzo bellico a fianco o, per meglio dire, sotto la guida della Germania nazista, era destinato al totale insuccesso.
Insensibili tanto agli atti di omaggio provenienti dai "repubblichini" quanto alle loro richieste di aiuto, i parroci mantennero una pronunciata distanza dal nuovo regime. Gli episodi che lo attestano sono numerosi. Il 25 novembre don Giovanni Cattin, l'energico parroco di Baone, si vide recapitare una lettera in cui una fantomatica polizia segreta lo minacciava di morte se egli continuava "nella sua opera di disfattismo ai danni del risorto fascismo". A Valle San Giorgio il 28 dicembre ufficiali tedeschi perquisirono la canonica e la chiesa perché era stato segnalato che l'arciprete aveva dato ospitalità a prigionieri inglesi fuggiti dopo l'8 settembre. Poche ore prima nel territorio della parrocchia era caduto un aereo americano.immagine
Di sicuro il territorio comunale, per la sua morfologia, ben si prestava a fornire nascondigli a quanti, per le più varie ragioni, erano interessati a sfuggire al controllo dei "repubblichini" e dell'occupante germanico. Presso una famiglia di Valle, ad esempio, trovò rifugio per parecchi mesi un ebreo estense, che potè così sottrarsi alla cattura e alla deportazione. Molti erano i soldati che, dopo lo sfascio dell'esercito, avevano fatto ritorno in paese e, nonostante i bandi minacciosi della Repubblica di Salò, non intendevano ripresentarsi ai loro reparti. Una statistica della metà del 1944 li fa ammontare, per il comune di Baone, a 57. Si nascosero alle autorità anche coloro che si rifiutavano di rispondere alla chiamata per il lavoro in Germania.
Da questa massa di renitenti attinsero i loro membri le bande partigiane ed anche quelle che, usando la qualifica di "patrioti", effettuavano requisizioni e rapine a danno degli agricoltori più agiati. Così, ad esempio, si qualificarono come patrioti - almeno a sentire il "Notiziario" della Guardia Nazionale Repubblicana - i banditi armati che nella notte tra il 23 e il 24 giugno 1944 penetrarono nell'abitazione di Giovanni Ossi in via Moschine e rubarono oro, denaro e oggetti di valore.
Per contrastare la crescente attività delle bande e il manifestarsi di forme di resistenza, il 29 giugno il comando tedesco attuò un massiccio rastrellamento del territorio comunale.
"Questa mattina, poco dopo la Messa prima, - si legge nella Cronistoria parrocchiale di Baone - improvvisamente bloccano le strade e si disperdono per le campagne e per i colli parecchie centinaia di soldati armati di fucili e fucili mitragliatori, al comando di ufficiali tedeschi, per il rastrellamento dei cosiddetti "sbandati" o renitenti alla chiamata alle armi o al lavoro in Germania. Detti soldati entravano nelle case per scovare nascondigli, e percorrevano i campi e per mezzo al granoturco sparando continuamente, per snidare la lepre umana, per i cespugli e i boschetti delle colline".
Furono perquisite anche la canonica e le due chiese, quella nuova - inaugurata da poco - e quella vecchia. Due giovani furono arrestati, ma furono fermate anche parecchie decine di uomini che non avevano alcun obbligo e di questi due furono trattenuti e inviati in Germania.
Terrore e angoscia invasero anche a Calaone, dove molti giovani - si legge nella Cronistoria della parrocchia - fecero a tempo a mettersi al sicuro nelle loro tane e caverne da tempo preparate nei campi e nei boschi, ma 50 rastrellati furono condotti sul piazzale della chiesa". Grazie all'intervento del parroco furono liberati quasi tutti.immagine
L'effetto di deterrenza prodotto dal grande rastrellamento non durò a lungo. Non risollevò le quotazioni del regime, né riaccese le speranze in un esito favorevole del conflitto. Le relazioni quindicinali inviate al Comando tedesco di Este dal nuovo Commissario Prefettizio del comune, Antenore Aguiari, non lasciano dubbi in proposito. Quella del 17 luglio, se da un lato registra una riduzione dell'attività degli sbandati "dopo i recenti rastrellamenti", ammette che "la popolazione in genere è quanto mai pessimista sul fine della guerra".
Quella del primo agosto, dopo aver segnalato un alleggerimento della situazione "sia per i recenti miglioramenti annonari sia per l'intensificato servizio di polizia", denuncia che "l'attività comunista si è invece intensificata con larga distribuzione di volantini", che "i renitenti alla leva, gli assenti arbitrari e i disertori sono alquanto aumentati" e infine che "l'umore della popolazione è alquanto basso". Quindici giorni dopo la situazione non è cambiata, anzi risulta peggiorata: "l'attività comunista - scrive Aguiari - non è cessata; i renitenti, gli assenti arbitrari continuano ad aumentare; l'umore della popolazione è molto depresso".

 

4. Le fortificazioni
Il 16 agosto 1944, per ordine delle autorità militari tedesche, nella zona di Este e di Monselice iniziò la precettazione di tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni allo scopo di utilizzarli nella costruzione di una linea fortificata che avrebbe collegato Monselice a Vo attraversando le pendici meridionali dei colli e che, nei progetti dei tedeschi, avrebbe dovuto rallentare, se non arrestare, l'avanzata degli eserciti alleati. Su invito dei superiori i parroci si assunsero il compito di assicurare l'assistenza religiosa alle migliaia di persone che per circa due mesi furono impegnate nello scavo di trincee, camminamenti, caverne e nell'allestimento di postazioni fortificate. Un particolare attivismo dispiegò don Cattin, il parroco di Baone: il territorio della sua parrocchia, come del resto quello di Calaone e di Valle, fu largamente investito dai frenetici lavori di costruzione del "vallo euganeo". Già nella prima domenica dopo l'inizio dei lavori si presentò tra gli operai precettati per dir messa e predicare contro la bestemmia. Di quella giornata ci ha conservato il ricordo il diario di guerra di Antonio Guariento:
"20 agosto - Domenica. Lavoro a Baone. Mi trovo nella solita compagnia di immaginestudenti. Alle 9.30 S. Messa al campo. Scarsa partecipazione di presenti, ma abbastanza devoti. Le parola del celebrante, il parroco di Baone, sulla bestemmia, sono appropriate e ben dette. Vi partecipo con intensa commozione. Ma poi nella giornata grandi bestemmie ancora! Si lavora fino alle 11 e passa anche un'orchestrina. Quanta ironia! Alle 12 in punto ripresa del lavoro sotto la canicola e a digiuno, fino alle 15".
Data l'urgenza di completare le opere di fortificazione, i tedeschi estesero quasi subito la precettazione anche alle donne. Alcuni parroci protestarono contro questa decisione, ma le rimostranze non ebbero ascolto. Per aver osato tuonare in chiesa contro la mobilitazione femminile, il parroco di Baone ricevette la visita di un ufficiale tedesco che gli esternò l'irritazione dei suoi superiori:
"Io - si difese il parroco - ieri dissi in merito queste sole precise parole: la bestemmia dilaga in modo impressionante. Il vizio si estende anche alle donne. Seppi in questi giorni che gli uomini del lavoro per apprestamenti bellici si sono fortemente meravigliati che quelle due o tre ragazze, che si sono portate sul luogo per portar acqua ai lavoratori, bestemmiassero e parlassero turpemente più degli uomini stessi. Vi sfido a trovarmi un solo che possa dire, avendomi ascoltato in chiesa, ch'io parlai diversamente. Portatemi qui la stessa persona che mi denunciò e alla mia presenza non sapra ripetere l'accusa. "Voi - replicò il comandante tedesco - avete predicato contro i giovani che lavorano a torso nudo". Dissi - aggiunse il parroco - di non poter approvare che giovani anche di buone famiglie cristiane - escludo necessità militari - troppo facilmente adottino costumi favoreggianti un non necessario nudismo maschile...". immagine
Nei mesi seguenti avvennero altri episodi che non potevano essere interpretati se non come segnali che la situazione stava ormai precipitando e che l'atteggiamento dell'alleato tedesco diventava più diffidente e duro. Il 14 settembre fu fatta saltare la croce di ferro che si ergeva sul punto più alto del monte Cecilia. Il giorno dopo i tedeschi requisirono la vecchia chiesa per alloggiarvi "feriti in caso di catastrofe". Don Cattin comunque non si perse d'animo e continuò a visitare i cantieri di lavoro e a celebrare la messa al campo fino ad ottobre inoltrato.
Poche settimane dopo Baone piangeva le prime vittime civili. L'8 novembre a Valle i soldati tedeschi uccidevano il sessantenne Matteo Cardin a poca distanza dalla sua casa da cui stava scappando: era ricercato perché ritenuto colpevole di aver dato ospitalità ad un partigiano. "Tutto il paese pianse di dolore, di sdegno - ha scritto Carisio Canevarolo nelle memorie autobiografiche a proposito della morte di Cardin - e ricorda tutt'ora il grande delitto forse di male lingue, forse di ideologia fratricida". Un mese dopo alle Casette il giovane Pasquale Maron venne ucciso da un tedesco.
"L'inverno 1944 - scrive ancora Canevarolo - fu molto duro: privazioni di ogni genere e specie, mancanza persino di sale. Tedeschi ad ogni angolo, brigatisti neri ad ogni passo". Agli inizi di gennaio del ‘45 il Commissario prefettizio di Baone attivò il servizio di vigilanza della linea fortificata mediante l'utilizzo di squadre costituite da persone residenti nel comune esenti da obblighi militari. Un mese dopo il comando tedesco di Este pretese che la sorveglianza, inizialmente limitata alle ore diurne, si effettuasse anche di notte e sollecitò l'assunzione di nuove guardie. Per la completa organizzazione del servizio il Commissario prefettizio reclutò ben 153 uomini, distribuiti in quattro squadre di 25 uomini ciascuna per il servizio notturno e quattro squadre di 13 uomini ciascuna per il servizio diurno. Le squadre operavano nei quattro settori in cui era stato diviso il territorio attraversato dalla linea fortificata: settore Rivadolmo, settore Villa Rita, settore Casette, settore Valle San Giorgio.
L'attività di sorveglianza era iniziata da appena una ventina di giorni quando furono segnalati i primi franamenti delle trincee scavate pochi mesi prima. Il fenomeno continuò a manifestarsi in misura crescente a febbraio e a marzo, come attestano le frequenti segnalazioni trasmesse dal Commissario prefettizio al comando tedesco di Este. "Comunico che molti lavori vanno continuamente franando" si legge nel rapporto del 21 febbraio, dove sono elencati ben dieci siti interessati al fenomeno.
Nello stesso torno di tempo anche il territorio di Baone cominciava a vivere l'incubo dei bombardamenti e dei mitragliamenti dell'aviazione nemica. Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio si ebbe un primo bombardamento in località Gemola Caranzolo, a cui ne seguirono altri: nella notte tra il 7 e l'8 marzo furono sganciate 15 bombe in località Sturare, il 25 dello stesso mese a Rivadolmo furono mitragliati un camioncino ed un'auto Topolino, il 23 aprile gli aerei colpirono la frazione di Valle in località Ponticelli con tre bombe che provocarono cinque feriti leggeri.
Nel pomeriggio del 26 aprile, infine, una squadriglia di aerei sorvolò per tre volte l'abitato di Calaone sparando raffiche di mitragliatrice e lanciando bombe. Il bersaglio era la linea fortificata nella convinzione che il nemico fosse annidato nelle trincee, nei camminamenti, nei rifugi che erano stati allestiti alla fine del ‘44. In paese si diffuse il panico, ma il parroco, dimostrando grande prontezza di spirito, si affrettò a ricoprire il piazzale della chiesa di lenzuoli bianchi e ad appenderne altri alla chiesa e al campanile. I parrocchiani ne seguirono l'esempio imbandierando perfino i pagliai. "Fu - si legge nella Cronistoria - la salvezza: gli aerei continuarono a sorvolare senza più danneggiare".
A Baone invece non andò altrettanto bene. Nello stesso giorno il quarantunenne Rino Trevisan fu sorpreso dai tedeschi in prossimità dei suoi campi in via Rana con un'arma da fuoco in tasca e ucciso sul posto. immagine
Ma fu a Valle San Giorgio che si consumò la tragedia più grande e più dolorosa. Il giorno 27, attuando una rappresaglia feroce e assurda, soldati tedeschi fecero strage della famiglia Cerchiaro, uccidendo il capofamiglia Pietro, due figli e un nipote. Nella loro casa, due giorni prima, i partigiani avevano portato un tedesco catturato a Galzignano, ma dopo una breve detenzione lo avevano lasciato libero.
Il 28 aprile era tutto finito, anche se soldati tedeschi allo sbando continuavano a infestare il territorio. Era già il momento di ricominciare a vivere: spazzato via fascismo e nazismo, la vita civile doveva riprendere. Così, verso sera, il parroco di Baone, raccolta la popolazione sul sagrato della chiesa parrocchiale, presentò il nuovo sindaco nella persona di Giovanni Ossi. Formalmente il parroco aveva avuto il mandato dal Comitato di Liberazione Nazionale di Este, ma era stato lui a proporre il nome di Ossi, e nella Cronistoria precisa di aver fatto quella scelta già sei mesi prima della fine della guerra.
La cerimonia in cui don Cattin concesse "l'investitura" al primo sindaco dell'era democratica sancì pubblicamente il primato dell'autorità religiosa sull'autorità civile e indicò quale sarebbe stato il timbro della vita politico-amministratlva negli anni del secondo dopoguerra e della ricostruzione. E dunque non destarono sorpresa i dati del referendum del 2 giugno 1946 che assegnarono, con 1251 voti su 1930 voti validi, una schiacciante maggioranza alla monarchia.

Note:
Le cronache del passaggio di Mussolini a Baone sono tratte da E. Doglio, La rivista al Prato della Valle fra l'ardente entusiasmo del popolo di Padova, "Gazzetta del Popolo", 11 ottobre 1940 e L'ardente saluto di Este al Fondatore dell'Impero, "Il Veneto", 12 ottobre 1940. Si veda anche il mio La scena del tiranno. Il passaggio del Duce a Este (10 ottobre 1940). Immagini, parole, ricordi, "Terra d'Este", III, 6, pp. 111-137; e inoltre Il Capo del Governo a Padova fra le agguerrite falangi della Gioventù volontaria del Littorio, "La Difesa del Popolo", 13 ottobre 1940. Il colle Moschine era il luogo prescelto per le annuali esercitazioni delle camicie nere appartenenti alla 54^ Legione Euganea (cfr. "Il Veneto", del 2.10.1936).
Per la stesura del capitolo ho fatto ampio ricorso alle Cronistorie delle tre parrocchie di Baone, Calaone, Valle San Giorgio. Per un quadro generale si veda P. Gios, Resistenza, parrocchia e società nella diocesi di Padova 1943 - 1945, Venezia 1981. Sull'ospitalità data all'ebreo si veda il mio Da Este ad Auschwitz. Storia degli ebrei di Este e del campo di concentramento di Vo, Este 1987.
Per la nascita della parrocchia di Rivadolmo, oltre alla Cronistoria di Calaone, si veda La diocesi di Padova nel 1972, Padova 1973, p. 455 e La visita pastorale di Luigi Pelizzo nella diocesi di Padova, a cura di A. Lazzarini, Roma 1973, voI. I, p. 434. La testimonianza di don Cattin è in Fausti anniversari del nostro Arciprete-Parroco, numero unico, Baone 2 febbraio 1958.
Per l'ultimo paragrafo mi sono basato sulla documentazione conservata in ACB, b. Fortificazioni Comando Tedesco 194345, che contiene il fascicolo Relazioni quindicinali al Comando Tedesco, uno relativo alla Guardia alle Fortificazioni e uno sullo Sgancio bombe.
La testimonianza di Guariento è tratta da O. Zampieri, Guerra in Este (1943 - 1945). Dal diario di A. Guariento con altre cronache e testimonianze, Este 1981, p.58-59. Le citazioni di Canevarolo sono tratte dal fascicolo dattiloscritto C. Canevarolo, Memorie di un ragazzo del ‘99, datato 1981, di cui si conserva una copia nella Biblioteca Comunale di Este. Molte testimonianze sulla guerra a Baone sono raccolte nella ricerca scolastica Quelli della seconda guerra mondiale. La storia vista con gli occhi della gente di Baone, Este, Calaone, Valle San Giorgio coordinata da R. Bonato presso la Scuola media "A. Zanchi" e inserita nel volume Dall'antifascismo alla guerra di liberazione. Elaborati degli studenti delle scuole medie e superiori di Padova e provincia per il 50° della Liberazione, Padova 1996.