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La malizia del mugnaio


1. Lite per un mulino
Dieci anni di suppliche, sopralluoghi, perizie, controperizie, relazioni, diffide, ricorsi, in giunzioni, pareti: una vera e propria montagna di carte fu partorita dalla decennale controversia relativa alla costruzione di un mulino a Valle San Giorgio. Una controversia che ebbe inizialmente come attori due privati, una vedova e un mugnaio, ma poi coinvolse anche la comunità locale.immagine
La lunga e per alcuni aspetti penosa vicenda ebbe inizio il 14 gennaio 1819 quando Cesare Rizzetti, che aveva eretto una casa in riva alla fossa Molina per destinarla a mulino, prima di procedere alla costruzione della ruota, si rivolse alla Cancelleria di Este per ottenere l'investitura legale richiesta dalle leggi vigenti. Nella supplica chiese anche che un pubblico perito effettuasse un sopralluogo per accertare la convenienza del sito e la compatibilità del nuovo mulino con i "molini superiori". Proprio su questo punto nasceva il problema più spinoso: a monte del sito scelto dal Rizzetti per il suo opificio sorgeva già un mulino a due ruote. Era un impianto antichissimo, la cui esistenza è attestata già alla fine del Quattrocento.
Nel 1662 il mulino spettava al prete di Valle, Girolamo Rizzetti, che grazie ad un decreto del Magistrato ai Beni Inculti del 17 maggio 1666 ottenne la possibilità di aggiungere una seconda ruota a quella esistente. In realtà, il "diretto dominio" del mulino, vale a dire il titolo di proprietà, era della famiglia Mantova, che nelle immediate vicinanze dell'opificio aveva da tempo una casa : i Rizzetti erano soltanto "monari del molino del sior Pietro Mantova". immagineA seguito di vicende non ancora del tutto chiarite, all'inizio del secolo XIX il mulino era passato in proprietà di Antonio Calegari di Arquà e di Lorenzo Gattolin di Valle. Della sua gestione, però, si occupava solo il Gattolin, che ovviamente non accolse con entusiasmo la notizia che qualcuno intendeva costruire un altro impianto molitorio poco a valle di quello che aveva appena acquistato.
L'idea di impiantare un secondo mulino dovette invece incontrare il consenso della comunità locale, tant'è che all'indomani della presentazione dell'istanza da parte del Rizzetti, il pubblico perito che venne incaricato dalla Deputazione comunale di Baone - con questa espressione si designava allora l'Amministrazione comunale - di verificare l'esistenza dei requisiti necessari, agì con grande solerzia. Già il 2 febbraio si recò sul luogo e, fatti i suoi "diligenti esami", compilò una relazione da cui risultava che l'acqua era "sufficientissima" per l'andamento della ruota e che il nuovo opificio non avrebbe recato detrimento a quelli superiori. Inoltre avrebbe giovato alla collettività portando "un vantagio per la macinatura delli comunisti circonvicini", cioé degli abitanti di Valle.
Chi invece non si mosse fu l'ingegnere civile Giovan Battista Gagliardo, che dopo quattro anni dalla richiesta del Rizzetti non aveva ancora compiuto la perizia per la quale era stato incaricato dal Commissario distrettuale di Este. Nel frattempo Giovanni Rizzetti morì. Toccò quindi al figlio il compito di sollecitare - era ormai il giugno del 1823 - la Delegazione provinciale perché l'incarico venisse assegnato ad un altro ingegnere. Passarono ancora alcuni mesi. Finalmente, nell'aprile del 1824, un altro professionista estense, l'ing. Serafini, presentò la perizia al Commissario distrettuale. Probabilmente più che le implorazioni del giovane Rizzetti, che cercava di far leva sui problemi connessi al mantenimento di una numerosa famiglia composta da una vecchia madre vedova e da cinque figlie, furono determinanti le lamentele del proprietario del vecchio mulino. Lo si può dedurre dalla relazione di Serafini, dalla quale si apprende che il mulino Rizzetti, per quanto non avesse ancora ottenuto l'investitura richiesta, era già stato attivato e che il suo funzionamento disturbava l'opificio superiore fino al punto di renderlo inattivo. Questo succedeva perché per far funzionare il mulino Rizzetti "mediante ruota spinta nella forma così detta a paloto" era necessario raccogliere le acque "che necessariamente si spandono dopo gli usi del manufatto sito là di sopra" mediante una chiavica. Questa, innalzando il livello delle stesse acque, causava il blocco delle ruote dei mulini superiori.

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Va chiarito che nel mulino "a palotto" la ruota è mossa "da sotto". Il mulino di Gattolin invece era un mulino "a coppedello", cioè le due ruote ricevevano la spinta dall'alto. Per questo presentavano delle cassette o "coppelle", che, riempite dall'acqua che cadeva dall'alto, col loro peso vincevano l'inerzia della ruota. Per l'ingegner Serafini il problema che si era creato era facilmente risolvibile, anche perché l'asse su cui giravano le ruote del mulino superiore era stato "dolosamente" abbassato. Non c'era alcun dubbio che era stato Gattolin a farlo ab bassare allo scopo di passare per vittima. Voleva scrive senza alcuna titubanza il Serafini, "trarre utile nella causa civile, iniziata con uno spirito di ingiusta animosità, puntiglio e raggiro" contro una famiglia che "dai soli profitti del molino' traeva "una sussistenza stentata". Bastava che il Gattolin alzasse l'asse di 20 centimetri e che Rizzetti abbassassero il loro di altrettanto, e tutto avrebbe funzionato a meraviglia. Questa soluzione era auspicabile anche perché il vecchio mulino non riusciva a "tacitare i bisogni di tutti" e funzionava soltanto in certe ore del giorno, per cui la "macina" che erano costrette a procurarsi altrove la maggior parte delle famiglie risutava "sommamente dispendiosa ed incomoda".
Le tesi dell'ingegnere erano pienamente condivise dalla Deputazione comunale di Baone che in una lettera al Commissario distrettuale ribadiva che il nuovo mulino era non solo utile ma indispensabile alla popolazione del comune e dei luoghi vicini poiché il mulino di Gattolin non era in grado di "soddisfare i bisogni emergrenti".
L'opposizione del mugnaio -su questo gli amministratori comunali non avevano dubbi- nasceva da un puntiglio, e veramente malizioso era stato l'abbassamento dell'asse, per cui le operazioni proposte da Serafini erano indifferibili.

2. La controversia sull'uso del rio della Giara
Ma quanto a malizia le risorse del Gattolin erano davvero senza limiti. Smascherato come responsabile dell'abbassamento dell'asse, il mugnaio escogitò un altro sistema per danneggiare la concorrenza. Praticò un foro nell'argine della fossa Molina in modo che una parte delle acque si riversassero nell'alveo del rio della Giara, che correva tangente alla fossa o rio Molina. La mossa era azzardata, perché i suoi effetti non sarebbero stati più circoscritti ai due privati, ma avrebbero investito a quel punto la comunità di Valle o almeno una sua porzione significativa. Non a caso la Deputazione comunale di Baone insorse contro l'iniziativa del Gattolin e gli intimò - con lettera 12 luglio 1826 - di otturare il foro. Di fronte all'inerzia del mugnaio, la Deputazione si appellò più volte al Commissario distrettuale di Este sostenendo che la consuetudine accampata da Gattolin di poter versare le acque era "una real milantazione" o, per meglio dire, uno stratagemma a cui Gattolin aveva fatto ricorso per far mancare l'acqua al mulino sottostante nei momenti in cui per mancanza di grano egli non poteva macinare. In tal modo, agendo con "spirito perverso di malignità", impediva al mulino della "infelice Stella Magnan vedova Rizzetti, madre di sei figli minori", di macinare.
A conferma di ciò si produceva la dichiarazione sottoscritta da alcuni "vechi pratici della Comune" che attestava che "il cosìdetto rio della Giara fu sempre soggetto a servitù pubblica tanto per li passegieri, carri e semoventi per cui, toltone le rare ocasioni che si gonfia la Giara, in tutto il resto dell'anno è ad uso di strada pubblica".
Anche l'ingegner Serafini venne in aiuto delle tesi del Comune, dichiarando in una lettera al Commissario distrettuale che il foro non era antico e che il versamento dell'acqua nel rio Giara era fonte di danni.
Il mugnaio però non si arrese. Il 3 giugno del 1827 scrisse al Governo che l'otturazione avrebbe ridotto all'inattività i suoi mulini. Per Gattolin la tesi che il rio Giara fosse una strada era priva di qualsiasi fondamento: il nome stesso rio provava "aver esso fin da principio servito più propriamente al corso delle acque, che al cammino delle persone". Il mugnaio allegò la relazione di perito, corredata da una piantina, che illustrava i danni che la chiusura del foro avrebbe provocato. Nel bel mezzo della disputa tra Gattolin e Comune sulla legittimità del foro - "ristoratore" era il termine tecnico -,ai Rizzetti fu recapitato il decreto governativo che permetteva di tenere il mulino ad una ruota ed incaricava la Delegazione Provinciale di stipulare il contratto di investitura. Il provvedimento stabiliva che la stipula fosse subordinata al pagamento di una tassa ed inoltre che le spese per l'innalzamento dell'asse dei mulini di Gattolin fossero a carico dei nuovi concessionari.
La controversia tra Rizzetti e Gattolin trovava finalmente una soluzione, che apparentemente era favorevole ai primi, ma in realtà presentava risvolti assai onerosi. Non era proprio quello che i Rizzetti si sarebbero aspettati, perché, a conti fatti, i costi sarebbero risultati maggiori dei benefici.
Il decreto non interferì minimamente nella controversia tra il Gattolin e il Comune di Baone, la cui complessità era tale da indurre la Delegazione provinciale ad affidare il compito di far chiarezza a M. A. Sanfermo, uno dei più autorevoli ingegneri del Padovano. Nella sua dettagliatissima relazione, alla domanda se la Giara potesse essere considerata una strada comunale, Sanfermo rispose con una recisa negazione. E come prova addusse il fatto che "inferiormente alla Valle di sotto" la degora era "lateralmente arginata" e non serviva "se non a ben pochi individui che abitano in prossimità della medesima". Soltanto un piccolo tratto della stessa, superiormente alla pescaia, serviva realmente alla comunicazione stradale che da Este per Baone portava alla Val di sotto. Quest'uso, però, non escludeva la funzione naturale del calto che era quella di coinvogliare le acque dei monti.
Sanfermo non aveva nulla da eccepire sul fatto che, a monte della vasca dove si raccoglievano e si sostenevano le acque, ci fosse un foro, che d'altra parte era sempre esistito e che, nell'eventualità di un gonfiamento sensibile della roggia, avrebbe permesso alle acque sovrabbondanti di scaricare nel rio della Giara.
Trovava però illegale e non giustificato da alcun diritto il foro che il Gattolin aveva aperto al termine della vasca. Il mugnaio doveva lasciare che le acque proseguissero il loro corso quando ritenesse di non servirsene. In questo modo non c'era bisogno "di sfogarle lateralmente nella degora sulla sinistra o nei campi sulla destra, cosa che si è fatta senza alcun diritto".
In conclusione il professionista forniva alla Delegazione Provinciale le indicazioni seguenti: la roggia che consentiva il funzionamento dei mulini di Gattolin doveva essere mantenuta arginata a sue spese. Superiormente alla chiavica si doveva riaprire il "ristoratore"; qualunque altro buco esistente sarebbe stato chiuso. E si sarebbe dovuto obbligare Gattolin a sospendere "l'uso dei suoi opifizi" qualora ne avesse aperto un altro.

3. Un incendio misterioso
Era un parere, quello di Sanfermo, che certamente non soddisfece il Gattolin. Ma questi continuò a giocare con abilità tutte le sue carte. Nel 1829 inoltrò una supplica al Governo per denunciare che non era stata data piena attuazione alle misure previste nel decreto governativo del 1827 (oltre alle ruote si sarebbero dovute innalzare le macchine). Le inadempienze - protestò - avevano costretto all'inattività un mulino e ridotto di ben due terzi l'attività dell'altro.

immagineLa responsabilità era dei Rizzetti che "con legni e sassi frapposti" avevano formato un cavedone, una specie di argine o sostegno, che impediva l'azione dei mulini. In conclusione, il mugnaio chiedeva l'osservanza del decreto e un risarcimento del danno subito.
Il 27 febbraio 1829 Gattolin presentò un ricorso alla Delegazione Provinciale per ottenere l'immediata rimozione del cavedone. Il ricorso non trovò ascolto, per cui l'8 ottobre dello stesso anno il mugnaio si rivolse ancora una volta alla Delegazione per chiedere che fosse accolto. Fu una richiesta accorata, nella quale Gattolin usò, si può dire, tuttimmaginei i tasti, compreso un certo vittimismo, per fare breccia nelle autorità:
Ogni giorno, denunciava il mugnaio, cresceva il disordine provocandogli danni sempre più insostenibili. Il cavedone costruito dai Rizzetti "con legni e sassi" impediva il deflusso delle acque e conseguentemente ostacolava del tutto il funzionamento dei suoi mulini, e addirittura li esponeva al pericolo di essere "infranti dal violento rigurgito delle acque medesime".
Ma la supplica non si fermava qui. Gattolin lamentava anche i disastri prodotti da "una desolatrice tempesta" che gli tolse del tutto le "ultime speranze dei fondi da lui coltivati" ed "un malizioso incendio, il quale oltre l'estremo pericolo della sua e di molte altre vite gli recò notabilissimo danno".
Su quest'ultimo episodio, che con ogni probabilità va inquadrato nel clima di crescente ostilità della comunità di Val di Sotto verso il Gattolin, il mugnaio produsse una dichiarazione rilasciata da paio di testimoni: "Nella notte dal 17 al 18 di detto mese [settembre] circa la mezzanotte venne da ignoti appiccato il fuoco alla stalla aderente al la di lui abitazione, che corse pericolo di abbrucciar tutta insieme all'intiera di lui famiglia, ch'era sopita nel sonno, s'egli opportunamente svegliato non avesse richiamato la pubblic'assistenza, che lo liberò bensì dall'imminente eccidio, ma che non potè poi impedire che egli non ne risentisse un danno assai significante".immagine
Proprio nel momento in cui la tensione tra le parti in gioco era giunta all'apice, intervenne il fatto che metteva la parola fine alla controversia iniziata nel 1819. Il 18 febbraio 1831 i Rizzetti comunicarono alle autorità competenti che qualora il canone annuo richiesto per l'investitura non fosse stato ridotto da 15 a 10 lire e i canoni arretrati non fossero stati limitati ai soli tre ultimi anni non avrebbero stipulato il contratto di investitura. Anzi, erano intenzionati addirittura a demolire il mulino, perché sarebbe stato loro "di passivo anziché di utile".
Le condizioni poste dai Rizzetti non furono prese in considerazione dalle autorità. E, implacabile, qualche mese dopo arrivò il decreto della Delegazione provinciale che determinò la sospensione immediata dell'esercizio del mulino. Nel provvedimento si precisava che senza la stipula del contratto di investitura, senza il pagamento dei canoni e senza gli interventi previsti dal decreto del 1827, non sarebbe mai stata concessa l'autorizzazione. Era il colpo definitivo alle speranze dei Rizzetti. Un anno dopo la vedova Rizzetti comunicava alle autorità la decisione di rinunciare alla conservazione del mulino, perché in seguito alle superiori immaginedisposizioni "niun utile anzi piuttosto solo dispendio" poteva attendersi. Il ribasso del suo mulino e il rialzo dell'opificio di Gattolin avevano prodotto per conseguenza che il suo mulino era diventato inoperoso e "inetto al suo scopo". La demolizione dell'opificio fu l'inevitabile corollario degli ultimi sviluppi della vicenda.
A dispetto dei deludenti risultati ottenuti sul piano della giustizia amministrativa, dalla lunga controversia il mugnaio "malizioso" usciva con una sostanziale vittoria: la concorrenza era definitivamente eliminata. Gli restava, è vero, ancora da definire il contenzioso con la comunità di Valle, ma anche su questo fronte Gattolin dimostrò una straordinaria capacità di resistenza, un singolare accanimento nel difendere i propri diritti, rifiutandosi pervicacemente di ottemperare alle ingiunzioni provenienti dalle autorità competenti e ostentando un assoluto dispregio dei diritti dei terzi. Nel marzo 1833, ad esempio, si era permesso di trattenere l'acqua che era discesa in grande quantità dai pendii montani "per le dirotte pioggie" e queste per "tale abusiva pratica" avevano sormontato gli argini allagando alla sinistra circa 50 campi di privati e alla destra diverse strade comunali "in modo da non poterle più transitare. Per i danni provocati il Comune lo aveva diffidato a pagare entro dieci giorni una multa di lire 45. Alla fine dello stesso anno la Delegazione provinciale ingiungeva al Gattolin di eseguire quegli interventi che dovevano impedire che l'esercizio del mulino arrecasse danni a terzi in caso di forti piogge. immagine
Il mugnaio continuò a fare orecchie da mercante. Dieci anni dopo il Commissario distrettuale di Este dovette intervenire ancora una volta far togliere gli "abusi" del mulino di Valle, che nel frattempo era passato dalle mani di Gattolin a quelle di Giusto Mion. Tre anni più tardi, precisamente l'11 agosto 1846, l'Ufficio Provinciale delle Pubbliche Costruzioni, avendo constatato che continuavano a sussistere disordini "a pregiudizio dell'interesse comunale e dei frontisti in causa degli abusi" nei quali persisteva il Mion diffidò il medesimo a "eseguire quei lavori che erano stati ingiunti al suo tutore Gattolin dalla Delegatizia Ordinanza 23 dicembre 1833", ma neppure il Mion mostrò particolare solerzia nell'adempiere gli ordini delle autorità. Il 9 febbraio 1847 infatti l'Ufficio della Pubbliche Costruzioni avvertiva la Delegazione provinciale che il mugnaio chiedeva una proroga per l'esecuzione dei lavori "che da tanti anni furono ordinati", ma faceva notare che le motivazioni addotte avevano un "fondamento più specioso che altro" e che tendevano a protrarre ulteriormente la realizzazione delle opere. Con la sua tattica dilatoria Giusto Mion dunque si rivelava buon discepolo di Lorenzo Gattolin, il mugnaio puntiglioso e malizioso, che per anni aveva tenuto testa ad una povera vedova e ad un'intera comunita.

Note:
Questo capitolo si basa sulla documentazione conservata in ASP, Delegazione Provinciale, b. 590, fascicolo 6. Se ne era già occupato Guido Antonello, studioso dei mulini del Padovano, nell'articolo Il mulino di Valle San Giorgio, "Padova e il suo territorio", III, n. 15 (1988).
Altre informazioni sono fornite da C. Grandis, I mulini a coppedello, "Padova e il suo territorio, a. IX n. 52, p. 38. Devo alla cortesia di Aldo Pettenella la notizia che i Rizzetti, oltre ad essere "monari" di Pietro Mantova, gestivano mulini a Valsanzibio, a Saletto e a Mossano.
Qualche notizia sull'attività del mulino tra Ottocento e Novecento si può ricavare da una recente tesi di laurea: Luca Tommasi, Recupero dell'ex mulino di Valle San Giorgio di Baone, Istituto Universitario di Architettura di Venezia, anno acc. 1994-95.