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L'unione tra Calaone ed Este


1. I patti del 1525
Il 5 novembre 1525 il Consiglio della Magnifica Comunità di Este deliberò di stipulare l'unione tra il Comune di Calaone e la Comunità stessa. A chiedere l'unione erano stati gli uomini del Comune di Calaone con la supplica presentata il 15 ottobre dello stesso anno. In questa scelta il piccolo comune euganeo seguiva l'esempio di altri comuni del territorio estense, quali Gazzo, Vighizzolo e Ponso che si erano uniti a Este alla fine del secolo precedente, ai sensi di una parte del Senato veneto del 1477 che "consentiva alle ville del Padovano di potersi unire con le rispettive comunità". Ciò che spingeva i piccoli comuni a imboccare tale strada era la difficoltà di reperire le risorse necessarie per pagare le tasse.
I "Capitoli", cinque in tutto, che avrebbero regolato i rapporti tra Calaone ed Este furono approvati dai deputati della Comunità estense il 16 aprile 1526. Il primo stabiliva che la facoltà di sciogliere l'unione era riservato esclusivamente alla Comunità: "sempre tal facoltà di licenziarli [gli uomini del Comune di Calaone] e cazzarli da tal unione sia resservata a detta Comunità". Il secondo che in caso di divisione il Comune di Calaone non avrebbe ricevuto nulla di quanto si fosse acquistato in seguito. Il terzo che lo stesso Comune fosse tenuto a saldare tutti i creditori. Non erano di sicuro patti equi. Il loro sbilanciamento a favore della Comunità era evidente, a cominciare dal primo che si rivelerà la clausola capestro contro la quale si infrangeranno i ripetuti tentativi di Calaone di riottenere la propria autonomia.
Grazie a tali patti Este prese possesso del sostanzioso corpus di beni comunali ubicati nella valle che si estende tra i tre coni dei monti Cero, Cinto e Lozzo. Il Comune di Calaone ne era in possesso da quasi tre secoli e proprio per tale motivo da tempo quella valle aveva assunto il nome di Val Calaona. Risale infatti all'11 aprile 1236 la permuta con la quale il Comune di Calaone cedeva alla contessa Alisia d'Este un bosco situato sul monte Cero in cambio di metà della palude che era oltre il fiume Sirone, il Bisatto di oggi.
La valle era sostanzialmente una palude, dove l'acqua ristagnava permanentemente o per gran parte dell'anno, tant'è che nel Liber bonorum Communis Caleonis è elencata al primo posto come "vallis piscatoria" (valle peschereccia). Nel secolo XV, ma forse anche prima, il Comune la dava in affitto riservando il diritto "a tutti homeni de Calaon che possano far canna e paggia per so uso".
Anche dopo il 1525 la valle continuò ad esse redata in affitto, però secondo regole che in parte furono riscritte dalla Comunità ed entrarono in vigore il 18 aprile 1529. Si trattava di quattro capitoli, uno dei quali riservava agli uomini di Calaone il diritto di "far paglia in detta valle per loro uso". Rispetto a quanto vigeva nel secolo precedente, si operò dunque una restrizione, in quanto si escludeva la possibilità di raccogliere la canna. La limitazione non fu accolta di buon grado dagli uomini di Calaone, che continuarono a scendere nella valle anche per prelevare canna, secondo l'antica consuetudine. Lo lasciano credere le frequenti denunce presentate nel Cinquecento dagli affittuali della valle "per far pavera e canna" e per far "canna e poroni". Di provvedimenti a favore di Calaone non c'è traccia negli archivi della Comunità estense, se si eccettua la "parte" del Consiglio del 27 dicembre 1530 che dava agli uomini del comune montano la facoltà di eleggersi i loro "stimadori di campagna".

2. La bonifica
Molto più importante fu la "parte" presa nel gennaio del 1557 con la quale si decise che anche i beni della Val Calaona entrassero a far parte del Retratto di Lozzo, che sarebbe stato formalmente istituito l'anno seguente con decreto del Senato del 2 marzo 1558.

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A seguito di questa iniziativa una vasta area paludosa, in parte coperta di acque e in parte costituita da "valoni e pascoli", nell'arco di pochi decenni fu redenta dalle acque e trasformata in una fertilissima campagna. Il 9 luglio 1558 i Provveditori ai Beni Inculti emanarono una "terminazione" esecutiva che stabiliva che tutti quelli che avessero avuto beneficio dal Retratto di Lozzo avrebbero dovuto versare due ducati al campo per i campi "che sono valle che non sono né piantati né videgati per l'innondazion delle acque" e un ducato a campo per i campi "piantati e non videgati". I campi della Val Calaona rientravano nella prima categoria: lo comprova il fatto che, per esempio, nel 1562 Este si trovò nella necessità di depositare 400 ducati per circa 200 campi.
Agli inizi del Seicento, conclusi i lavori di bonifica, una "terminazione" dei Provveditori ai Beni Inculti stabilì che la Comunità estense ricevesse 251 campi ubicati nella Val Calaona, divisi in undici compartite o lotti (in seguito sarebbero diventate 18), che da allora furono dati in affitto all'incanto per periodi di sette anni. Ingenti erano state le spese sostenute dalla Comunità per "ritraere" la valle: una "fede" della cancelleria estense documenta che dal 1558 al 1593 Este aveva pagato al Retratto di Lozzo per i beni della valle L. 15.616.
A questo ingente esborso di denaro la Comunità si sarebbe in seguito aggrappata per contrastare le richieste di autonomia da parte degli uomini di Calaone, ai quali peraltro la bonifica non aveva portato alcun frutto concreto.
Già alla fine del Cinquecento la consapevolezza che quasi ottant'anni di unione non avevano prodotto alcun vantaggio, doveva essersi abbastanza radicata negli abitanti del borgo collinare. Alcuni spiacevoli episodi poi li convinsero che la misura era colma e che bisognava reagire. Nella vicinia, l'assemblea dei capifamiglia, convocata nella chiesa parrocchiale il 21 giugno 1602, le ragioni del malcontento si manifestarono apertamente. L'unione era stata voluta, si disse, per essere "sovenuti, aiutati, e suffragati" in ogni evenienza "da ogni travaglio e molestia", ma ciò non era avvenuto. Avevano consegnato i beni della Val Calaona alla Comunità perché ne curasse la conservazione e in vece ne erano "restati privi, non godendo al presente più cosa alcuna". E ancora: la Comunità sarebbe stata tenuta a "sollevar questo povero nostro Comune" dal pagar le gravezze e invece, "sempre con molti danni", era stato il Comune a pagare. In conclusione, poiché il Comune aveva toccato "con mano" che la Comunità di Este voleva solo "sentir il comodo" e non contribuiva ad alleviare i problemi di Calaone, non restava altro che chiedere lo scioglimento dei patti del 1525.
Este si oppose e si affrettò a presentare alle autorità veneziane la documentazione da cui risultava che con le sue entrate pagava "tutte le gravezze che possono aspettar al Comune e Villa de Calaon, sì Reale, come Personale, e Dacio di Macina", e conseguentemente che "detto Commun e gli abitanti in quello per ciò non pagano gravezze di sorte alcuna, e come appar dalli libri pubblici di essa Mag. Communità".
Il compito di dirimere il contenzioso tra Calaone e Este toccò al Collegio dei dieci Savi del Senato che il 20 novembre 1605 pronunciò una sentenza favorevole a Este confermando l'unione del 1525.

 

3. La controversia sulla natura giuridica dei beni della Val Calaona
La partita però non era chiusa. Tre anni dopo un anonimo denunciava ai Provveditori sopra le Camere che la Comunità estense possedeva arbitrariamente "dai 400 ai 500 campi in Val Calaona". Erano beni "indebitamente possesssi e al Serenissimo Principe usurpati", in quanto, secondo il denunziante, erano stati "lasciati dalli Signori Marchesi d'Este a questa Serenissima Repubblica". Questa denuncia non ebbe effetti immediati, ma la questione della natura giuridica dei beni fu riproposta nel 1654 da un'altra denuncia segreta che riguardò, oltre a Calaone, anche i comuni di Gazzo e Vighizzolo.
Questa volta le autorità veneziane si mossero e ordinarono al Podestà di Este di citare i decani dei tre villaggi davanti ai Provveditori ai Beni Inculti. Ad essi il 17 dicembre per il Comune di Calaone si presentò Zuanne Brusaferro che attribuì al lascito di un marchese d'Este l'origine dei beni del Comune. Di questi - dichiarò il rappresentante di Calaone - il Comune possedeva soltanto "un poco de crebani" sul monte Cero, mentre 76 ettari frazionati in 18 lotti erano stati ceduti alla Comunità estense in cambio del pagamento delle imposte. Brusaferro aggiunse che l'impegno non era stato mantenuto e che non solo i suoi compaesani erano stati privati dei beni, ma che la Comunità li dava in affitto solo a "gente di Este", che poi li subaffittava a un canone più elevato ai calaonati ("noi poveretti"). Si pretendevano fino "a sei stara de formenton per campo". "Per questa causa - lamentava - si è fatta lite ma essendo noi poveri non possiamo spuntarla".
Il 24 gennaio 1655 Brusaferro ritornò a Venezia, ma non potè produrre le "scritture" indispensabili per confermare le sue dichiarazioni, perché alla cancelleria di Este "non gliele hanno voluto dare". Anzi, Zuanne Angelieri, deputato di Este, lo aveva addirittura preso a pugni quando aveva saputo che stava indagando "sui campi lasciati dai Marchesi". Sei mesi dopo un altro rappresentante di Calaone, Menego Pettenella, raggiunse Venezia portando con sé i libri e i disegni dei beni della Comunità di Este. A quel punto i Provveditori incaricarono un perito di eseguire i rilievi. E l'11 dicembre il perito presentò la sua relazione e i Provveditori si convinsero che vi era stato un usurpo di beni comunali, per cui ordinarono la confisca dei raccolti di quell'anno.
Este reagì, sia pure non immediatamente, con grande decisione. Sulla base di una nutrita documentazione sostenne che i beni della Calaona erano campi "già vallivi e inutili", ma che davano "qualche rendita" perché "bonificati dal Retratto di Lozzo", che aveva comportato ingenti spese. Con le rendite la Comunità sovveniva le "persone miserabili pagando le gravezze" e dunque rispettava gli impegni presi. A tal proposito produceva una copia di bollette che attestavano il pagamento delle gravezze della Val Calaona "per tutti li suoi abitanti e distrettuali".
La Comunità portò la controversia davanti al Senato, ritenendo che i Provveditori non fossero competenti a giudicare in materia. Fu la mossa vincente. L'8 aprile 1661, dopo aver ascoltato le due parti, i rappresentanti di Este e gli Avvocati fiscali, - questi ultimi sostennero che i beni della Val Calaona dovevano essere tolti a Este in quanto erano "beni comunali e Publico Patrimonio - il Collegio dei dieci Savi pronunziò ancora una volta una sentenza favorevole alla Comunità estense, che fu così assolta dalla denunzia del 1654 e riconfermata nel possesso della valle.
Che la Comunità avesse sostenuto spese notevolissime per ridurre la valle a coltura, era un fatto che non poteva certo essere confutato. Altre spese furono sostenute nei secoli seguenti per la costruzione, su istanza degli affittuali, di vari ponti di pietra o per l'erezione e la manutenzione di chiaviche e altri manufatti. Basti qui ricordare la "parte" del Consiglio del 5 aprile 1665 per la costruzione di "un ponte in pietra" e quella del 29 giugno 1705 sempre per la costruzione di "uno o più ponti in pietra".
Ma neppure da questi interventi di miglioria vennero frutti concreti per gli abitanti di Calaone, che nella seconda metà del Settecento tentarono per l'ennesima volta di rimettere in discussione l'unione del 1525. Come sempre, Este boicottò in ogni modo l'azione del Comune associato, rendendo oltremodo difficile l'acquisizione della documentazione da produrre alle autorità veneziane. Il 23 maggio 1779 la Comunità fece presente all'Avogador che le carte riguardanti il Comune di Calaone erano molte e sparse in parecchi tomi, per cui sarebbe stato molto dispendioso, oltre che pericoloso, spedirle a Venezia. Se era necessario, aggiungeva, si potevano consultare presso la Cancelleria. E sei anni dopo, a riprova che gli impegni assunti nel 1525 erano stati mantenuti, la Comunità produceva un documento - era una "fede della Quaderneria" firmata dallo storico estense Isidoro Alessi - da cui risultava che essa pagava "delle proprie intrade a solievo di tutti li abitanti di Este e delle ville ad essa unite".
Calaone dunque vide miseramente naufragare anche questo terzo tentativo di riconquistare la propria autonomia. Ma di lì a poco la separazione sarebbe arrivata, quasi inattesa, per volontà di un sovrano.

Note:
Sulle unioni dei comuni dell'estense alla Comunità di Este si veda 1. Vigato, Il Monastero di S. Maria delle Carceri, i comuni di Gazzo e Vighizzolo, la comunità atestina, Carceri 1998.
Un'ampia documentazione relativa all'unione tra il Comune di Calaone la Comunità di Este e alle varie controversie successive è raccolta nella Stampa Comunità di Este contro Comun di Calaone conservata in BCE, Donazione Franceschetti, III.54.Sta.
La Stampa si apre con il testo degli accordi che qui di seguito si trascrive: Capitoli fatti per li Spp. Cattaveri della Sp. Comunità di Este, secondo li quali se ha a far l'unione tra essa Comunità con li homeni del Comun de Calaon.
Et primo che fatta essa unione, e ìstrumento di tal unione, ditto Comun e Homeni per alcun tempo quavis ratione e causa possi separarsi dalla Comunità di Este predetta; ma sempre tal facoltà di licenziarli e cazzarli da tal unione sia resservata a detta Comunità; ita che quelli Comun e Homeni possi espeller da tal unione quandocumque piacerà a ditta Comunità.
Item che ditto Comun, e huomeni in caso che si avessero a dividere da essa Comunità di Este, mai possi di mandar cosa alcuna di alcuna cosa che si aquistasse in futurum per essa Comunità, e molto meno de quello che essa Comunità di Este ha de presenti; ma tutto quello che si aquisterà in casu separationis cieda a comodo, utile e beneficio di essa Comunità di Este.
Item che ditto Comun e Homeni siano tenuti e obbligati saldar e satisfar a tutti li suoi creditori usque modo fatti, sì publici, come privati, ita che per quelli essa Comunità alcun danno non habbi a patire, eccette le rason malfatte delli Massari che sin'ora saldate e cavate.
Item che detto Comun e Homeni per anni tri prossimi futuri da esser principiati a primo luglio futuro siano obligati a pagar a suoi danni e interessi la Daja de Nostra Illustr. Signoria; ita che essa Comunità danno o interesse alcuno non habbi a patire; con questo che ditto Comun, e Homeni abbia e haver debbia per subsidio del pagar di detta Daja l'Intrà della Val d'esso Comun per detti tre anni. Item che le Convenzioni per detti tre anni cedino a beneficio di esso Comun.
Item che tutte le accuse e manifesti sì de particolar persone del Comun e Saltari da esser eletti per ditta Comunità non possino esser instituiti in altro loco salvo che all'Officio delli Danni dati di essa Comunità; li quali siano condannati per gli Deputati di essa Comunità justa la forma de Statuti, e Ordeni d'essa Comunità, li quali danari vadino a beneficio della unione preditta.
Die Lunae 16 Mensis Aprilis 1526
Molte informazioni sui rapporti tra Este e Calaone ho desunto da AM CE, Catastico 28 e Catastico 30. Per la controversia seguita alla denuncia del 1654 ho ampiamente utilizzato il saggio di M. Pitteri, Beni comunali, beni comuni e di "Magnfiche comunità" nel Padovano del secolo XVII, "Terra d'Este", II, 3, pp. 55-71.