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Dalla guerra al fascismo


immagine1. Dopo la Grande Guerra
Anche a Baone, come altrove, la Grande Guerra, conclusa nel novembre 1918, lasciò un'eredità difficile, che intaccò vecchi equilibri sociali che sembravano immutabili. Elevato era stato il tributo di sangue pagato dalle comunità locali: complessivamente i caduti erano stati 97, di cui ben 40 di Valle San Giorgio, un numero indubbiamente elevato per una frazione che contava circa 160 famiglie e 1.150 abitanti. I nomi di tutti i soldati morti tra il 1915 e il 1918 furono incisi nel monumento eretto nella piazza del capoluogo nel maggio del 1922, ma non per questo Calaone e Valle rinunciarono a erigere un loro piccolo monumento ai caduti con i nomi dei soldati del luogo.
Al di là del significato simbolico, il monumento ai caduti di Baone, una semplice colonna corinzia sormontata da una vittoria alata, assunse un rilevante valore "urbanistico", ponendosi come perno dell'organizzazione spaziale di un luogo che agli albori del Novecento si presentava ancora come un grande spazio erboso. Tant'è che nel 1910 il sindaco Chimelli non aveva avuto problemi a concederlo in uso gratuito alla prima società estense di football che nella limitrofa cittadina non era riuscita a trovare un campo adatto a giocare.
Tornando ai problemi del dopoguerra, va detto che ai lutti di molte famiglie si affiancavano i disagi dei mutilati e degli invalidi e, più in generale, dei reduci che, dopo anni passati in trincea a diretto contatto con la morte, facevano rientro nella vita civile. Nell'ambito comunale i reduci erano una realtà cospicua, oltre mezzo migliaio: soltanto a Calaone erano 205 su 1.300 abitanti. Per molti di loro l'esperienza della guerra aveva significato la messa in crisi di comportamenti, mentalità, valori fino ad allora indiscutibili. Che la guerra avesse prodotto un brusco cambiamento fu subito chiaro ai tre parroci. Quello di Baone, don Giandomenico Gios, ravvisò in tanti giovani un "indifferentismo" che non trovava spiegazione se non nella decadenza morale prodotta dalla guerra e dalla sete di divertimento. Rilevava inoltre che tra coloro che frequentavano poco la chiesa c'erano soprattutto i giovani tornati dalla guerra. Il parroco di Valle invece attribuiva alla guerra la diffusione della bestemmia, ma chiamava in causa anche l'emigrazione, che nell'immediato dopoguerra, sotto la spinta della disoccupazione, registrò una sensibile ripresa. Da Valle, in particolare, uno dei flussi più consistenti ebbe come meta le miniere del Belgio. I rischi connessi all'emigrazione erano ben presenti anche al parroco di Baone:
"Il movimento di emigrazione si aggira sui 75 in tutto; la causa è la mancanza di lavoro in parrocchia; gli effetti [...] sono cattivi: quasi tutti ritornano con meno religione e scossi nella morale".
Nel primo dopoguerra le idee socialiste, che non avevano mai avuto grande fortuna in paese per il netto predominio del piccolo coltivatore diretto, fecero breccia nel tessuto sociale, anche se in misura molto più contenuta rispetto ai paesi della bassa pianura, dove il bracciantato era una realtà di massa. E tuttavia anche qui la Federazione dei Lavoratori della Terra, che organizzava le leghe dei braccianti e dei contadini più poveri, raccolse un buon numero di adesioni, circa duecento tra uomini e donne. Un certo attivismo socialista si manifestò a Calaone, dove l'esponente più autorevole della sinistra fu Vittorio Bonato, detto Cavallotti, che divenne bersaglio di sarcastici attacchi da parte delle stampa cattolica:
"Chi non lo conosce? Ama farsi chiamare col nome d'un onorevole morto tragicamente, senza però averne ereditata l'abilità del dire e del maneggiare la spada e tantomeno l'anima repubblicana [...] Buffo solfeggiatore di ariette repubblicane o socialiste - scrisse di lui "La Libertà" del 7 agosto 1919 - a seconda del vento che spira... e questi il grande capitano di ventura che muove coi pochi lanzichenecchi ascritti alla Camera del Lavoro di Este alla conquista... delle quote. Ma pare che la fortuna non gli arrida".
Durante il grande, e cruento, sciopero agrario che investì il Padovano nella primavera del 1920, data la limitata presenza di grandi conduttori di fondi, la rabbia dei leghisti rossi si indirizzò verso i parroci di Calaone e di Valle, in quanto sostenitori delle rivendicazioni delle leghe bianche e dunque favorevoli alla piccola proprietà contadina piuttosto che alla collettivizzazione delle terre. A Calaone il 2 maggio dovette intervenire la forza pubblica per disperdere una colonna di dimostranti che voleva assaltare la canonica. A Valle invece gli aggressori riuscirono a colpire l'obiettivo e l'episodio ebbe grande risonanza. Il quotidiano "Il Veneto" titolò Il bacio della bandiera rossa imposto ad un sacerdote. Ma fu la stessa vittima, il parroco don Giovanni Biollo, a smentire quel titolo e a fornire una nuova ricostruzione dei fatti:
"Di vero non c'è che questo. E cioè che un'accozzaglia di facinorosi venuta dal di fuori e guidata da pochi giovinastri di Valle, invase la chiesa e, mentre io era tuttora nell'esercizio del mio ministero per il Battesimo di un neonato, si scaraventò contro di me percuotendomi in malo modo tanto che ne porto i segni delle violente contusioni".
La tensione tra socialisti e cattolici restò elevata anche in seguito. In giugno a Baone sfociò in alcuni scontri nei quali alcuni aderenti ai bianchi furono malmenati dai rossi. Ma nelle elezioni comunali di settembre fu il Partito popolare a trionfare con 450 voti contro i 250 dei socialisti. Evidentemente, in quel clima di tensione, era passato in secondo piano lo scandalo in cui era stato coinvolto l'ex sindaco clericale Franceschetti. Accusato di essersi appropriato, in qualità di cassiere della Banca Cattolica estense di una forte somma, era stato condannato nel 1919 a quattro anni di carcere.immagine
Con la violenza dello scontro sociale e politico si intrecciava la recrudescenza della criminalità. Uno dei tre delitti che insanguinarono l'estense nell'autunno del 1920 avvenne proprio nel territorio comunale di Baone. In novembre a Rivadolmo un falegname settantenne, che viveva in una modesta casupola, fu ucciso nel corso di una rapina. Uno dei due responsabili arrestati dai carabinieri era un giovane seggiolaio di Agordo che risiedeva a Rivadolmo.
Alla fine del 1920 in tutto il Padovano l'ondata delle agitazioni contadine era già entrata nella fase discendente e si stava preparando la controffensiva, prima agraria e poi fascista. Nella zona di Este la reazione alle lotte dei rossi scattò nei primi mesi del 1921. In marzo a Baone si tenne l'ultima grande assemblea dei leghisti rossi. Pochi giorni dopo i fascisti attuavano le prime spedizioni punitive nei confronti dei militanti più in vista. Il settimanale socialista "Eco dei Lavoratori" del 26 marzo accusò "il fascista Turchetti di Villa Rita" di comportarsi da "commissario di PS" e di essere andato "al comando di amici carabinieri" a perquisire (con la rivoltella in pugno) la casa di un oste di Baone: "Ma ahimè! il nuovo delegato non ha potuto procedere ad alcun arresto e ritorno mogio, mogio con la comitiva di cui faceva parte anche il Capitano dei CC".
In verità la sconfitta del movimento socialista era alle porte, tant'è che in maggio anche la lega rossa di Baone, assieme a quelle di molti altri paesi della Bassa, consegnava la bandiera rossa ai fascisti. Ma ai fascisti ciò non bastava: restava da "normalizzare" la situazione a Calaone.
"Nella notte da sabato a domenica u.s. - si legge sull"'Eco dei Lavoratori" del 16 luglio 1921 - un manipolo di fascisti (tutti di Este) capitanati dal capobanda Meneghello, hanno fatto conoscere ai pacifici montanari di Calaone le loro bravate. Hanno invaso 3 case dove abitano gli operai Bonato detto Cavallotti, Ferraretto Michele e Canola, li malmenarono e li batterono e non contenti rubarono degli oggetti preziosi e alcuni salami".

Risultati delle elezioni politiche a Baone dal 1919 al 1924
  1919 1921 1924
PSI 213 232 28
PPI 326 458 206
Blocco 68 100

-

PC - - 35
PsU - - 69
Lista Naz. - - 439

Meno di un mese dopo Baone fu teatro di una cruenta aggressione a due carabinieri della stazione di Este. Il fatto, che avvenne nella notte dell'11 agosto, fu attribuito dalla stampa padovana ad una "ventina di comunisti".immagine
"All'ingresso del paese - questa la cronaca de "La Provincia di Padova" del 1213 agosto 1921 - sbucarono dai due lati della strada una ventina di Liguri, i quali si gettarono improvvisamente sui due militi. Quindi il capobanda, armato di pugnale, s'avventò contro uno dei caduti per finirlo, ma il carabiniere assalito, liberato un braccio dal la stretta degli aggressori, afferrò la mano del comunista e con tanta forza la strinse che il pugnale gli cadde di mano. A questo punto, un altro eroe (socialista? Comunista? Ardito del popolo?) spianò la rivoltella contro il bravo carabiniere e ne fece partire quattro colpi, due dei quali ferirono non lievemente il milite ad una gamba".
Il giorno dopo furono arrestate quindici persone e recuperati i due moschetti dei carabinieri. Grande fu l'imbarazzo della sinistra. Il settimanale socialista "L'Eco dei Lavoratori" prese le distanze: "I fatti di Baone che noi altamente deploriamo comunque si siano svolti, non hanno niente a che fare coi socialismo, ci entrerà il vino, la barbarie degli uni e degli altri, tutto quel che volete, ma giammai il socialismo". Ma non era difficile pensare che l'aggressione sarebbe stata usata "come pretesto per giustificare agli ingenui" la ripresa delle gesta dei fascisti.
Alla fine del 1921 la partita era ormai chiusa con la vittoria dei fascisti. I seguaci del Partito popolare - scriveva il parroco di Baone nel febbraio del 1922 - sono i più numerosi, "sono calmi, attendono ai fatti loro, disapprovano tutti gli eccessi, ma s'adoperano poco o nulla per toglierli". I socialisti sono "abbastanza numerosi, ma di scarsa attività; in fatto di religione quasi tutti sono indifferenti (molto indifferenti perché in chiesa non si vedono mai!) e, appena possono, vendicativi, però sono in freno dal fascismo che è assai temuto. I fascisti sono pochi, ma in questo momento si impongono per la spavalderia e per i sistemi talvolta poco umani che usano; non sono religiosi, quasi mai si vedono in chiesa; non fanno né possono fare proseliti ed esplicano la loro attività nel gridare, minacciare e nelle frequenti parate".
Il parroco di Valle invece doveva riconoscere che tra i fascisti della frazione c'erano anche alcuni ragazzi dei circolo giovanile di Azione Cattolica.
Le elezioni politiche del 1924, di cui il deputato Giacomo Matteotti avrebbe denunciato i brogli, segnarono la disfatta del partito socialista, che ottenne appena 28 voti e fu superato sia dal neonato Partito Comunista sia dal Partito Socialista Unitario. Anche i popolari incassarono una grave sconfitta, perdendo oltre il 50% dei voti. Fu invece un trionfo per la lista nazionale che ottenne largamente la maggioranza assoluta dei suffragi.

 

2. Ancora un tentativo di soppressione
Ricciotti Lazzarini, titolare di una delle due fornaci di calce attive nel capoluogo, fu l'ultimo sindaco di Baone prima della riforma fascista del 1926 con la quale le funzioni che la legge attribuiva ai sindaci, alle giunte e ai consigli comunali, furono attribuite ai podestà, abolendo ogni forma di autonomia comunale. Costoro, nominati con decreto reale, erano strettamente subordinati ai prefetti. Per il comune di Baone la carica di podestà fu affidata a Celso Carturan, un avvocato monselicense che aveva già ricoperto cariche amministrative nella sua città. Durante la sua quadriennale gestione podestarile furono attuati alcuni interventi nel campo dell'edilizia scolastica, ma non in misura adeguata a risolvere i gravi problemi esistenti. A Rivadolmo si acquistò un fabbricato per ospitarvi la scuola elementare, si restaurò l'edificio di Calaone, anche se qualcuno avrebbe preferito costruirne uno nuovo. Continuarono però a versare in condizioni poco decorose le scuole elementari del capoluogo e restò irrisolto il problema della mancanza di un edificio scolastico alle Casette. In compenso Baone ebbe le classi IV (1923) e V (1926), e - fatto meno importante, anche se fortemente propagandato dal podestà - una scuola all'aperto. Quest'ultima fu inaugurata nel 1929. "Ho il vanto di poter affermare che Baone è, dei comuni minori, fra i primissimi ad essere dotato di una Scuola all'aperto", così dichiarava orgogliosamente il Carturan e aggiungeva di averla voluta perché "i vantaggi fisici e spirituali di queste scuole mobili all'aperto sono incalcolabili".

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Ad Adolfo Callegari, direttore del Museo Nazionale di Este, il podestà affidò il compito di disegnare lo stemma comunale. Ma un progetto per lo stemma gli fu presentato anche da Francesco Franceschetti, per cui, a dispetto di quanto afferma l'ex sindaco nella sua monografia su Baone, non è del tutto chiaro a chi vada attribuita la paternità di quello approvato con Decreto Reale del 26 giugno 1928: "d'azzurro, a tre monti moventi da un fiume il tutto al naturale".
Tra le opere pubbliche, oltre alla sistemazione delle numerose fontane, va ricordata la costruzione dell'acquedotto di Volpare che si attendeva da decenni, l'arrivo dell'energia elettrica, il completamento della Nuova strada di Sotto, che scende da Calaone e si congiunge col Viale della Rimembranza di Este.
Il problema più spinoso, che dovette affrontare il podestà Carturan, fu quello esploso nel 1928, quando si cominciò a parlare della possibile soppressione del Comune di Baone. Tutto nacque dal piano concepito dal Comune di Arquà e condiviso anche dai comuni di Este e di Monselice per spartirsi il territorio di Baone.
"E' noto infatti - scrisse il podestà di Baone - che tra i Comuni di Arquà Petrarca e di Este si è convenuto di fare del Comune di Baone due parti, una delle quali, Valle San Giorgio, dovrebbe essere incorporata ad Arquà Petrarca, l'altra, Baone centro e Calaone, ad Este".
Arquà e gli altri due comuni fondavano la loro richiesta sul decreto del 17 marzo 1927 che stabiliva che dovevano essere eliminate quelle "situazioni comunali sfornite non solo di capacità di sviluppo ma anche della possibilità di continuare a far fronte con un minimo di sufficienza all'aumentato costo dei pubblici servizi ed alle cresciute esigenze dei cittadini". Si voleva creare organismi più robusti mediante il raggruppamento di piccole unità preesistenti o mediante l'aggregazione di piccole unità ad un centro consistente.
Immediata fu la reazione degli abitanti di Valle. Gli animi si infiammarono. Tutti i capifamiglia firmarono una petizione contraria all'assorbimento del comune. La protesta si allargò coinvolgendo l'intera realtà comunale. Carisio Canevarolo, che in quell'epoca era un dipendente comunale, così la ricorda nelle sue memorie:

 

 

"Insorse l'Amministrazione comunale di Baone e il Fascio locale. Il Podestà comm. Carturan approntò con grande cura una lunga e dettagliata relazione in piena opposizione alle richieste dei detti Comuni. La relazione del Podestà e apposito ricorso del Fascio locale vennero spediti al Ministero degli Interni, alla Prefettura di Padova, alla federazione dei Fasci di Padova. Dopo un anno tutte le acque si calmarono e Baone rimase intatto.
Contro lo smembramento del Comune di Baone lo scrivente e il defunto Bottaro Albano, facemmo propaganda alfine che il nostro Comune non fosse soppresso. Facemmo anche scritte sui muri, specie verso il confine di Este perché gli estensi vedessero, con le parole: W BAONE, BAONE NON DEVE MORIRE, LOTTEREMO. [...]
Fummo identificati e un giorno fui chiamato (separatamente da Bottaro) al Comando della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale di Este. Il console Antonelli mi disse la testuali parole 'Canevarolo, sei un bravo ragazzo (alludendo ai ragazzi del '99); però, se non cessi di fare propaganda e di fare scritte, ti mando al confino'.
Noi impiegati di Baone pensavamo anche al nostro pane oltre che all'amore per il nostro paese". Il piccolo Comune rurale trovò nel podestà Carturan un decisoimmagine ed abile difensore, capace di muoversi con cautela ma anche di cavalcare con accortezza la montante protesta. Esemplare da questo punto di vista la lettera inviata al prefetto nel maggio del '28. In essa, se da un lato fa presente che "ha ottenuto che ogni dimostrazione sia eliminata, che ogni protesta sia seriamente tenuta nei limiti del giusto come deve fare chi ha da parte sua il buon diritto" e quindi ha sospeso le visite nelle frazioni dove " la sua presenza poteva suscitare vive dimostrazioni contro i vicini Comuni", dall'altro non manca di avvertire che non solo la "popolazione è insorta ed insorge perché si vuole il suo ingiusto sacrifizio", ma che "continua nelle sue manifestazioni, malgrado la piena fiducia nel senso di giustizia del Governo Nazionale, perché ha la sensazione che tutto si cerchi perché le sue ragioni non appariscano nella loro vera evidenza, perché ogni rispettosa dichiarazione venga respinta o mal interpretata...".
Furono con ogni probabilità queste le preoccupazioni che indussero le autorità superiori a bloccare il progetto di Arquà e di Este, che pure potevano contare sull'appoggio di uomini potenti quali Giovanni Alezzini e Franco Antonelli.
Quest'ultimo ricopriva contemporaneamente la carica di podestà di Este e di segretario politico del Fascio di Baone; il primo, che prima della guerra era stato insegnante elementare a Valle S. Giorgio, era diventato un pezzo grosso del fascismo padovano.
Vero è che gli argomenti prodotti da Carturan per contrastare le ambizioni espansioniste di Arquà erano tutt'altro che solidi. Ci si aggrappò all'antichità della storia del comune "che si perde nella caligine dei tempi". Falsificando clamorosamente la realtà passata e presente, si sostenne che da tanti secoli il comune viveva "in una compattezza d'intenti e di manifestazioni, in una sana fusione di aspirazioni e di affetti consacrati da vetuste tradizioni familiari e locali". Poi si pose l'accento sull'antica rivalità tra le due comunità di Valle San Giorgio e di Arquà:immagine
"La stessa barriera che divide i due centri, divide anche il carattere, le abitudini, le tradizioni delle due popolazioni. Non è mai, a memoria di uomini e di tempi, esistito accordo tra gli abitanti dei due centri e le cronache ricordano episodi dolorosi dimostranti la disparità di tendenze.
Accenniamo soltanto che dall'Ordinario Diocesano, nei tempi passati, fu proibita ogni funzione nella chiesetta di S. Biagio in Valle S. Giorgio perché avvenivano ogni anno risse cruente tra gli abitanti di Valle e quelli di Arquà".
Infine si arrivò a tirare in ballo perfino il culto dei morti nella grande guerra. Valle "ha eretto il monumento ai suoi caduti nel Capoluogo del Comune sicché il magnifico ricordo che sorge in piazza di Baone contempla la santa memoria di tutti i gloriosi caduti del Comune". Se fosse stata aggregata ad Arquà, dunque la frazione "dovrebbe recarsi in un diverso Comune ed in un diverso Mandamento per glorificare ed onorare i suoi Morti".
Il Podestà Carturan, lasciando il suo incarico, rivendicherà il merito di aver bloccato il tentativo di sopprimere il comune: "Voi sapete com'io mi sia opposto ad una proposta, ad un progetto che ritenevo a tutto ed a tutti dannoso e contrario agli intendimenti della legge stessa. Sapete come e quanto qui ed altrove io abbia strenuamente lottato in vostro favore e come, se piena vittoria ci ha arriso, questa, modestamente, si deve all'opera mia".immagine
Malgrado ciò la gestione podestarile di Carturan non incontrò un consenso plebiscitario. Non mancarono le critiche, anche aspre. Lo si desume dalle parole con cui si chiude la relazione sulla sua attività: "A coloro che, su false ed incontrollate ipotesi, hanno voluto dipingere la mia azione come un attentato alle finanze comunali, rispondo evangelicamente: perdono a loro perché non sanno quel che si fanno". Dimessosi nel settembre del 1930, fu sostituito da Rodolfo Pavanello, in qualità di commissario prefettizio.
Nonostante le beghe personali e le rivalità campanilistiche, il regime godeva alla fine degli anni venti un vasto consenso, che si farà ancora più massiccio nella seconda metà degli anni trenta. Lo confermano i risultati del plebiscito del 1929, che su 920 votanti diede 915 sì al regime e solo 5 no, ma ancor di più l'assenza di qualsiasi forma di opposizione.
Non si può infatti attribuire alcun valore politico all'asporto, avvenuto nel 1933, del pino piantato nella piazza di Baone in memoria di Arnaldo Mussolini. Scriveva il podestà ai carabinieri di Este: "Si ritiene che il fatto non debba imputarsi a ragioni politiche, ma che si tratti di un semplice furto e che la pianta sia stata fatta servire per albero di Natale".
Uno schizzo impressionistico delle condizioni economiche di Baone negli anni Venti si trova nelle memorie autobiografiche di Carisio Canevarolo, che fu per molti anni dipendente comunale:
"Il Comune di Baone contava a quei tempi 4.200 abitanti, circa 720 famiglie, con 700 persone iscritte nell'elenco dei poveri che il medico doveva curare gratis. Gli altri cittadini [sono] in gran parte contadini, poveri, salvo pochi grossi terrieri. Regnava la disoccupazione, la tubercolosi e ancora residui di pellagra".

 

Note:
I giudizi dei parroci sulle condizioni delle parrocchie nel primo dopo guerra sono ricavati da La seconda visita pastorale di Luigi Pellizzo nella Diocesi di Padova (1921-1923), a cura di L. Billanovich, Roma 1981. Sull'uso sportivo della piazza di Baone si veda Una nuova società sportiva, "Il Gazzettino", 15 giugno 1910.
Sul biennio rosso si veda Calaone. Capoccia sventurato, La Libertà" 7.8.19; Calaone, "La Libertà" 7.11.19; La violenza dello sciopero nel l'estense. Prepotenze inaudite nella giornata del 1" maggio, "La Libertà ", 4.5.20; Le falsità del Veneto sui fatti di Valle S. Giorgio, "La Libertà", 5.5.20; Terrorismo rosso, "La Libertà", 16.6.20; Brutale omicidio a scopo di furto. Falegname derubato e strangolato. 3 arresti, "Il Veneto", 22.11.20.
Le notizie sull'offensiva fascista sono tratte da "Eco dei Lavoratori", 26.3.21 e 2.4.21, da "La Provincia di Padova", 2324.4.1921, da Baone. Violenze fasciste, "Eco dei Lavoratori" 16.7.1921, da "La Provincia di Padova", 1213.8.1920.
Per l'aggressione ai carabinieri si vedano Sanguinose gesta comuniste, "La Provincia di Padova" 1213 agosto 1921; Baone. Venti sovversivi disarmano e feriscono due carabinieri, "Il Veneto" 1213 agosto 1921; Dopo i fatti di Baone, ,"Eco dei Lavoratori" 20 agosto 1921.
Sulla nomina di Carturan si veda ASP, Gabinetto Prefettura, b. 331.
Per lo stemma comunale si veda la lettera dell'il gennaio 1928 di A. Callegari al Podestà in ACB, Amministrazione 192 71 930. Scrive Callegari: "Nello scorso autunno è venuto da me a Suo nome il sig. Segretario Comunale per pregarmi di fare lo stemma del comune di Baone. Mi sono affrettato ad accontentarlo e pochi giorni dopo ho portato io stesso il disegno in Municipio".
Per il paragrafo sul progetto di soppressione del Comune di Baone e sulla gestione podestarile di Carturan ho utilizzato molti scritti di quest'ultimo, tra cui C. Carturan, Relazione sul la gestione podestarile del Comune di Baone dal maggio 1926, a. IVE E al settembre 1930, a. VIII E. E, Este 1930; Comune di Baone, Risposta sulle proposte per soppressione del Comune, Monselice 1928; C. Carturan, Parole pronunciate a Valle S. Giorgio di Baone quale podestà, per l'inaugurazione del l'acquedotto di Volpare (1928), Monselice 1934; C. Carturan, Consegna della medaglia d'oro alla maestra Bacco Beatrice ed inaugurazione della Scuola all'aperto, s.l. 1929.
Le citazioni di Canevarolo sulla protesta del 1928 e sulla condizione del paese sono tratte da Memorie di un ragazzo del '99, dattiloscritto datato Este, 1 dicembre 1981, conservato presso BCE. La lettera sul furto del pino è in ACB, Sicurezza Pubblici 1931-1933, fasc. Avvenimenti straordinari 1933.