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Da Baone in monte a Baone in piano


1. Le due chiese
Della primitiva chiesa parrocchiale di Baone, dedicata a S. Fidenzio, restano poche rovine sul crinale di quel monte che oggi ha nome Cecilia, ma che in molti documenti è designato semplicemente come monte di Baone o al più come monte di S. Fenzo, storpiatura del nome del santo titolare della parrocchia. I resti dell’antico edificio si scorgono a fatica, avvolti come sono da un impenetrabile intrico di rovi e arbusti. Sembra quasi che quel luogo sia stato abbandonato molti secoli fa e che la rovina della chiesa sia anche più antica di quella del castello medievale i cui resti giacciono a pochi passi di distanza, in direzione est, su un cocuzzolo più elevato.
Ma non è così. La distruzione della chiesa non risale a tempi lontanissimi: è certo infatti che agli albori del secolo scorso veniva ancora officiata in qualche ricorrenza liturgica. E vero però che la sua decadenza era iniziata da molto tempo, almeno da quando gli abitanti di Baone avevano preso l'abitudine di frequentare, proprio come fosse la loro chiesa parrocchiale, l'oratorio di S. Lorenzo che sorgeva in pianura, ai piedi del monte.
Per risalire all'origine di questa vicenda, bisogna tornare molto più indietro nel tempo. Sull'epoca di fondazione della chiesa, che è ricordata per la prima volta in un documento del 1198, non si hanno certezze. Francesco Franceschetti, che, oltre a ricoprire la carica di sindaco di Baone, fu anche un infaticabile erudito non del tutto digiuno di metodo storico, la attribuì ai marchesi d'Este, che nel secolo XI avevano ricevuto in feudo dal vescovo di Padova il castello di Baone e a loro volta lo avevano infeudato alla famiglia che da Baone appunto prese il nome. Il Franceschetti fondò la sua ipotesi essenzialmente sulla devozione dimostrata dalla casata estense nei confronti di San Fidenzio in occasione della traslazione del corpo del santo da Polverara a Megliadino intorno al 970. "Il Marchese d'Este - scrive l'erudito estense - informato dell'avvenimento, si recò con la moglie, i figli e con tutta la sua gente, a piedi nudi a venerare il sacro corpo, pieno di gaudio per tanto tesoro che Iddio aveva concesso che permanesse entro il suo dominio". La chiesa di S. Fidenzio sarebbe sorta dunque in funzione del castello, la cui esistenza è attestata dalla prima metà del secolo XI e che un documento del 1271 ci descrive dotato di una struttura in parte in muratura, di torri e di una porta. E ipotesi non ha trovato finora conferma. Non si può escludere che un luogo di culto esistesse anche in precedenza, tanto più che la presenza di cospicui resti archeologici di epoca romana induce a credere che il crinale del monte avesse ospitato un insediamento umano già duemila anni fa. In ogni caso, non c'e dubbio che alla fine del Duecento quando, le mutate condizioni politiche e il declino della famiglia dei da Baone fecero perdere al castello la sua importanza, segnando l'inizio della sua decadenza, anche la vicinissima chiesa di S. Fidenzio vide messa in discussione la sua ragion d'essere. Decapitata della struttura fortificata, la cima del monte perse buona parte della sua forza di attrazione. immagine
Oltre tutto, considerata l'esiguità dello spazio agrario offerto dal monte e la sua natura tutt'altro che ubertosa, è assai probabile che già nei primi secoli dopo il Mille la maggior parte della popolazione di Baone fosse insediata nel piano, o al più sull'unghia collinare, in prossimità dell'antica via che, lambendo il monte Castello, collegava Este a Baone e poi si biforcava proseguendo con una ramificazione verso Valle S. Giorgio e con un'altra, aggirando il monte Cecilia, in direzione di Monselice. Dalla pianura non era certo agevole raggiungere la chiesa di S. Fidenzio, inerpicandosi sugli impervi pendii collinari. A ciò si aggiunga che i primi interventi di bonifica della valle che si stendeva tra l'unghia collinare e il canale Bisatto aumentando lo spazio coltivabile e migliorando l'habitat favorirono l'incremento demografico nell'area pianeggiante. I primi lavori di sistemazione idraulica attestati nel secolo XIII non saranno comunque sufficienti a dare una efficiente regimazione alle acque di tutta l'area. Basti pensare che nel Quattrocento il Comune di Baone dava in affitto i duecento campi della valle di cui era proprietario per pochi ducati a pescatori o a pastori. E addirittura c'erano anni nei quali, a causa di sfavorevoli eventi atmosferici, gran parte di quei terreni rimanevano incolti. Per una radicale soluzione del problema si dovrà attendere la metà del XVI secolo.
Fatto sta che il 1 settembre 1449, data della prima visita pastorale alla parrocchia di Baone, il delegato del vescovo non si presentò nella chiesa di S. Fidenzio, ma nella cappella di S. Lorenzo. Qui Angelo da Durazzo, arciprete di S. Fidenzio, lo informò che erano stati gli uomini di Baone a costruire l'oratorio per loro comodità, cioè per evitare di dover salire alla chiesa posta sul monte. L'arciprete, che teneva in casa una certa Elena - non era chiaro se fosse una sorella o una concubina per cui gli fu richiesto di chiarire la cosa entro pochi giorni - fece presente che il nobile padovano Stefano Dottori aveva in suo possesso 200 lire che dovevano servire per la riparazione della chiesa e invece le aveva usate a proprio vantaggio. Per questa indebita appropriazione di denaro della parrocchia, il Dottori deve aver accampato qualche giustificazione. Poteva comunque farlo perché, diversamente da quanto fu dichiarato in occasione della visita pastorale, la cappella di S. Lorenzo non era stata eretta dagli uomini di Baone, ma era l'oratorio privato costruito almeno mezzo secolo prima da Stefano Dottori, figlio di Alessandro, come attestava senza ombra di dubbio il testamento dello stesso datato 28 giugno 1406.
Nella seconda metà del ‘400 la cappella di S. Lorenzo cominciò a svolgere in modo sempre più netto le funzioni di chiesa parrocchiale in sostituzione di quella di S. Fidenzio, considerata sempre più scomoda dagli abitanti di Baone. Non tutti i Dottori, però, si mostrarono disposti ad accettare che il loro oratorio fosse utilizzato in quel modo. Agli inizi del ‘500, infatti, dietro richiesta di Francesco e Benedetto Dottori, il vescovo di Padova intimò all'arciprete del tempo, Giovanni Giacobbo, di lasciare la cappella e riportare i sacramenti nella parrocchiale di S. Fidenzio. Il sacerdote però non si arrese a questa intimazione, che metteva in discussione una realtà ormai consolidata e supplicò i Dottori di poter continuare ad utilizzare la cappella. La supplica non fu del tutto inutile perché i nobili padovani accordarono l'uso del tempietto a condizione che non vi si tenessero i Sacramenti.
Nel 1520 però l'arciprete rinunciò al beneficio parrocchiale di cui fu investito fra Tomaso da Asola, che era il priore del monastero del Tresto, una località non lontana da Este. A seguito di questa investitura la parrocchia di Baone passò alla Congregazione dei frati di San Girolamo di Fiesole a cui mezzo secolo prima il vescovo di Padova aveva affidato il santuario del Tresto.
Fu proprio con l'arrivo dei Gerosolimiti che venne sancito formalmente il trasferimento della chiesa parrocchiale dal monte al piano. In primo luogo fra Tomaso riuscì, non si sa come, ad ottenere la piena disponibilità della chiesa di S. Lorenzo. Poi chiese al vicario della diocesi che gli fossero consegnate le offerte che erano state fatte nei giorni precedenti alla Torre di Montebuso, dove si diceva che fosse apparsa la Madonna.
La leggenda, riferita dal celebre cronista veneziano Marin Sanudo nei suoi Diari, racconta che il venerdì santo del 1526 la Madonna, "coperta tutta di negro, in habito viduale", comparve in località Montebuso, nel punto in cui la strada passa fra due antiche torri, a due pecorai di nome Gaspare e Angelo e li pregò di trasmettere al loro padrone, un cittadino di Este che era gravemente ammalato, la richiesta di costruire un "capitello" a lei dedicato. Il voto fu esaudito: prima di morire, il malato, uscendo miracolosamente da uno stato di coma, ordinò ai figli di erigere il tempietto. La costruzione non richiese grande dispendio di tempo né di denaro, perché furono sfruttate le due torri preesistenti. Nacque così l'oratorio detto della Madonna delle Api dove, scriveva il Sanudo, "concorre innumerabile populo, et sono stati fatti di grandissimi et evidenti miraculi, di illuminar ciechi et sanar infermi; et ivi appresso corre un acqua di paludo che prima era fetente et putrida, et da quella ap paritione in qua è divenuta perfetissima et bona".
immagineTornando a frate Tomaso, possiamo dire che la sua richiesta di utilizzare le offerte nel luogo in cui era avvenuto il prodigio era motivata dal fatto che Montebuso si trovava nel territorio della parrocchia di Baone, oltre che dall'urgenza di dare un edificio più comodo alla comunità dei fedeli.
Con il denaro delle offerte, a cui avrebbe aggiunto 200 ducati di suo, fra Tommaso si impegnava ad erigere entro due anni una nuova chiesa nel luogo dove sorgeva la cappella dei Dottori. Considerando la vetustà della chiesa di S. Fidenzio e la difficoltà di raggiungerla, il vicario accolse la richiesta del frate, che però non mantenne gli impegni assunti. Si limitò ad abbattere la parete di fondo, dove c'era l'altare, e a prolungare la navata. Così ristrutturata, la chiesa, che era ormai la vera parrocchiale e continuava ad essere intitolata a S. Lorenzo, fu consacrata il 5 febbraio 1568.


2. La redenzione della valle
Dieci anni prima della consacrazione della chiesa avvenne un fatto di straordinaria rilevanza che era destinato a modificare radicalmente l'assetto di una consistente porzione del territorio di Baone. Il 10 ottobre 1556 la Repubblica Veneta istituì la magistratura dei Provveditori ai Beni Inculti allo scopo di procedere alla bonifica delle aree paludose e soggette al dominio delle acque. Uno dei primi interventi immagineinteressò l'area meridionale dei Colli Euganei compresa tra Monselice ed Este e dunque anche la valle di Baone: si trattava di circa 7.000 campi, che, ubicati tra l'unghia collinare e il corso del canale Bisatto, costituirono il "Retratto di Monselice". Iniziati nel luglio del 1557, i lavori di bonifica erano già completati nell'estate dell'anno seguente.
"Anziché consorziare i proprietari - così Claudio Grandis delinea l'originale procedura seguita dal governo veneziano - e obbligarli all'esecuzione diretta di opere quali la regimazione idraulica, la suddivisione agraria, lo scavo dei canali, la costruzione delle strade, la magistratura dei Beni Inculti provvede ad acquisire in toto l'intera area compresa nel bacino racchiuso tra i colli a nord e il canale Bisatto a sud. Sotto il controllo di alcuni abili ingegneri veneziani, tra i quali Cristoforo Sabbadino, Nicolò dal Cortivo e Paolo dal Castello, l'area viene rilevata topograficamente e ridisegnata. Vengono previsti nuovi percorsi, ritessuta la maglia idrografica di scoli e collettori, ripartiti i terreni in razionali e regolari appezzamenti. Al termine delle operazioni di bonifica, la terra viene riconsegnata ai precedenti proprietari, previa riscossione della quota procapite commisurata all'entità dell'area risanata. Chi non è in grado di riscattare il proprio bene ne perde definitivamente la proprietà".
Tra gli interventi realizzati nell'ambito del Retratto di Monselice rientrarono la costruzione della odierna Degora di Baone, denominata nelle carte cinquecentesche "Scholador novo vien dal monte" , ed anche lo scavo dello scolo Meggiorina, denominato "Scholador novo", che sostituì la vecchia "fossa Miorini" che era "amonita", cioè imbonita.
Dell'imponente opera di sistemazione idraulica si avvantaggiarono, oltre ai nobili veneziani che acquistarono all'asta le terre dei proprietari insolventi, le famiglie padovane già presenti in zona come i Dottori e i Dondi Dall'Orologio, ma non i Capodivacca le cui proprietà subirono una progressiva erosione. Nella Descrizione di Padova e suo territorio del 1605 il padovano Andrea Cittadella attestava che a Baone "sono richi padoani Lodovico Dottori ch'in sette case in campo azuro portano una naturale bianca colomba con uno ramo verde in bocca, et in canton alto una dorata stella et Galeazzo grande nella sua famiglia Dondi d'Horologio comodissimo di poderi e denari". Nei secoli seguenti gli Orologio continueranno ad attuare nelle loro estese proprietà importanti interventi di sistemazione agraria che sono documentati nelle carte dell'archivio di famiglia oggi conservate nella Biblioteca del Museo Civico di Padova. Il Comune di Baone, per parte sua, riuscì a mantenere il controllo della maggior parte dei suoi duecento campi.immagine
All'ampliamento dello spazio agrario prodotto dalla regimazione della acque si può ricondurre il consistente peso demografico di Baone: alla fine del cinquecento la parrocchia contava 600 anime a fronte delle 340 di Valle e delle 260 di Calaone. Di sicuro la redenzione della grande area valliva significò l'abbandono definitivo della chiesa di S. Fidenzio. E tuttavia in occasione delle visite pastorali i vescovi non mancarono di impartire dettagliate disposizioni per interventi di restauro. Nel 1571 il vescovo ordinò che il fonte battesimale di S. Fidenzio - sul monte si continuava a battezzare - fosse trasportato a S. Lorenzo e che si chiudesse il cimitero, ma nello stesso tempo dispose che si riparasse il tetto del campanile e si restaurassero gli affreschi. A guardia di S. Fidenzio rimase un frate eremita del Tresto, che abitava in una casetta ubicata a pochi passi di distanza dalla chiesa.
Nel 1620 la nuova parrocchiale, che alla fine del Cinquecento era detta dei Santi Lorenzo e Fidenzio, fu restaurata e abbellita. In quest'opera i Dottori, il cui stemma continuava a restare affisso sulla facciata di quello che un tempo era il loro oratorio, assieme a quelli delle due famiglie padovane degli Engleschi e degli Enselmini, ebbero una parte notevole. Vincenzo Dottori infatti fece costruire a sue spese la cappella e l'altare della Beata Vergine del Rosario.

 

3. Il nobile e il parroco
Il conflitto tra i Dottori e la parrocchia, che nel secolo XV era stato provocato dall'ostinato e riuscito tentativo di fare dell'oratorio privato della famiglia padovana la chiesa parrocchiale in sostituzione di quella posta sul monte e che dopo i primi anni del Cinquecento sembrava sopito, riesplose in termini violenti dopo la metà del secolo XVII. Lo scontro, che ebbe per protagonisti il conte Antonio Maria Dottori e il curato fra Dionisio Carrara, si sviluppò tra il 1664 e il 1670. immagine
A scatenarlo fu il rifiuto opposto dal curato alla richiesta avanzata dal Dottori di collocare lo stemma della sua famiglia sulla casa canonica. Con il suo intransigente atteggiamento fra Dionisio andava ad intaccare apertamente sul piano simbolico il potere e il prestigio che, nonostante i cedimenti e i compromessi del passato, la famiglia padovana continuava ad esercitare sul villaggio.
Non stupisce pertanto che la reazione del Dottori all'affronto sia stata improntata ad una particolare durezza e abbia assunto l'aspetto di una vera e propria persecuzione nei confronti del suo avversario.
Ad indisporre l'animo del nobiluomo in realtà contribuì anche un'altra vicenda, che non aveva a che fare tanto con l'onore quanto con ben più concreti interessi materiali. Quando nel 1668 la Congregazione dei Gerosolimiti fu soppressa per decreto del papa - la richiesta era venuta da Venezia bisognosa di risorse finanziarie per la guerra di Candia -, l'incarico di inventariare i beni di Baone fu affidato a fra Dionisio, ma il suo operato non fu esente da critiche, in particolare da parte del Dottori che lo accusò di essere stato troppo attento alle "ragioni delli Padri". Tra le altre cose il Dottori rivendicava la proprietà di quella campana della chiesa su cui suo padre aveva fatto incidere l'arma di famiglia.
immagineFin dal 1664 fu - se si deve credere alla denuncia presentata dal curato alle autorità competenti e conservata presso l'Archivio di Stato di Padova - una vera e propria guerra quella mossa dal Dottori al suo odiato avversario, una guerra senza esclusione di colpi, nella quale intimidazioni e minacce si accompagnarono a violenze e pressioni di ogni tipo. Vediamone le fasi più significative.
Nel 1665 il Dottori fece pressioni sull'arciprete della vicina Valle S. Giorgio perché si andasse a confessare da fra Dionisio e gli intimasse di lasciare la parrocchia: "Vada via da Baone se vuole vivere".
Successivamente però impose allo stesso arciprete di negare di aver subito tali minacce. Per costringere il curato a lasciare il paese - era questo il vero obiettivo del Dottori - niente sembrava più efficace delle minacce di morte. "Mi ha detto che quando non potrà far altro, vi farà ammazzare", fu Alessandro Dottori a riferire al curato di aver udito il fratello Antonio Maria pronunciare queste parole.
Numerosi furono gli atti intimidatori nei confronti degli abitanti che, più o meno apertamente, erano schierati con il parroco. Nel 1670 fece convocare a Padova Meneghino Turato che aveva ospitato fra Dionisio nelle sua casa e lo indusse ad allontanare l'odiato ospite. Questi allora si sistemò nella casa parrocchiale e prese come servitore Stefano Michelazzo, ma, implacabile, il Dottori mandò a dire alla madre di quest'ultimo di toglierlo dalla casa del curato. immagine
Un'altra vittima delle prepotenze del nobile fu Giulio Bottaro, che ebbe il solo torto di non aver "voluto pigliar per moglie una che voleva il detto sig. Dottori".
Ma, se si presta fede alla denuncia di fra Dionisio, non furono soltanto alcuni singoli abitanti a esser presi di mira. L'intera comunità fu oggetto di pressioni e di pesanti ricatti. Nel 1670 il prepotente signorotto giunse al punto di far convocare la vicinia del Comune di notte nel suo palazzo con lo scopo di far approvare una "scrittura" da cui risultasse che il curato non era gradito alla comunità. Il tentativo fallì, per quanto il gastaldo del Dottori fosse riuscito a riunire quaranta capi famiglia, compresi gli "uomini di Comun".
Nella sua sistematica azione volta a terrorizzare il curato, il Dottori non risparmiò né le cose né i luoghi sacri. Nel 1666 - è un altro punto della denuncia del parroco - si fece portare a casa la cassetta delle elemosine della Fraglia del Rosario e si appropriò del denaro che conteneva. Nell'ottobre del 1670 in occasione delle visita pastorale di Gregorio Barbarigo il Dottori tentò di tutto per liberarsi del curato. Mandò al vescovo "gli huomeni del Comun, et altri, acciò operassero che fosse limmagineevato dalla cura". Non avendo ottenuto il suo intento, la sera del 17 ottobre proibì al campanaro di suonare le campane e così "per tre giorni continui che vi è stato Sua Eminenza in visita non furono mai suonate le campane, né mai ritrovate le chiave, onde fu necessitato il Reverendo Curato a portar in casa le lampade d'argento, calice d'argento, pontellar dentro via la chiesa con scandalo così grande". Come se non bastasse, qualche giorno dopo il suo gastaldo, dopo aver costretto il campanaro ad aprire la chiesa, vi fece portar dentro "un banco grande" e lo fece "empir di sassi".
Altrettanto clamorosa fu la provocazione messa in atto il 24 febbraio 1671 da un uomo legato al Dottori. "Essendo tutto il popolo in chiesa adunato, havendosi a far l'espositione del Santissimo Sacramento", d'improvviso Domenico Bottaro salì sulla predella dell'altare e "strapazzò il Reverendo Curato con parole da concitar il popolo contra et esendo il curato in sacristia, e per non si contaminare si serò in sacristia, mentre co lui seguitò per un quarto d'ora contro il curato".
Chiudendo l'interminabile elenco delle soperchierie del suo acerrimo nemico, fra Dionisio tratteggiava un quadro desolante delle condizioni in cui versava la comunità di Baone. Il Comune, lamentava, non era più un vero Comune, era ormai una realtà fittizia, svuotata di ogni significato. Chi comandava veramente era il Dottori in persona, almeno quando era a Baone. Quando invece se ne stava a Padova, era il suo gastaldo a fare il bello e il cattivo tempo.
Era difficile trovare persone che accettassero di fare gli "uomini di Comun", perché in quella carica si era inevitabilmente costretti ad avallare le decisioni dell'arrogante signorotto. Questi inoltre aveva avviato "tante e tante liti senza vicinia con tanto aggravio de' popoli" e una parte degli abitanti non intendeva più pagare le spese "fatte a capriccio di chi tiraneggia la villa".
In questa situazione, dopo oltre un quinquennio di persecuzione, a fra Dionisio non restò che gettare la spugna. Il 4 novembre 1671 lasciò Baone "per sua sicurezza". "Al momento del congedo - si legge nella denuncia del curato - la casa era gremita di persone che piangevano".
Allo scopo di ottenere giustizia fra Dionisio presentò la dettagliatissima denuncia che qui si è parzialmente riassunta, indicando i testimoni che si sarebbero potuti e dovuti sentire su ogni singolo episodio. Ma le soperchierie del Dottori, tanto quelle elencate dal curato quanto quelle tralasciate "perché - dichiarava fiducioso fra Dionisio al Podestà di Padova che lo interrogava - coll'essame de testimoni la Giustizia potrà ricavarle", restarono impunite. Almeno questo lascia intuire il fascicolo processuale che null'altro contiene oltre alla denuncia e all'interrogatorio di fra Dionisio.
La soppressione della Congregazione di San Girolamo, se da un lato fu indirettamente una delle cause dello scontro tra il curato e il Dottori, dall'altro segnò l'inizio di una fase nuova nella storia della parrocchia di Baone. I beni che dipendevano dal monastero del Tresto, e quindi anche quelli di Baone, furono acquistati dal vescovo padovano Gregorio Barbarigo allo scopo di sostenere finanziariamente il seminario. A seguito dell'atto di acquisto passò al seminario anche il giuspatronato cioè il diritto di eleggere il parroco. Questo atto segnò inevitabilmente una tappa fondamentale nel tormentato processo di affrancamento della comunità di Baone dalla tutela signorile dei Dottori.
Qualche tempo dopo la volontà di cancellare perfino il ricordo dei Dottori avrebbe trovato sfogo nelle martellate inferte al loro stemma che, assieme a quelli di altre due famiglie, faceva bella mostra di sé sulla facciata della chiesa di S. Lorenzo. È significativo che dei tre stemmi soltanto quello dei Dottori risulti oggi completamente illeggibile. 


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La soppressione della congregazione dei Gerosolimiti non segnò la fine della presenza religiosa sulla sommità del monte di Baone. D'altra parte, l'inventario compilato al momento del l'acquisto dei loro beni da parte del vescovo di Padova documenta che "l'Eremo di S. Fenzo", come veniva allora chiamato l'antico centro religioso, aveva una qualche consistenza immobiliare: "Una chiesa con altare, et dalle parti del medesimo due reliquiani con reliquie, uno per parte. Dietro il medesimo altare una sacrestia con un banco, con due o tre pianette, una assai buona di diversi colori, et le altre due tutte rotte. Un campanile con la campana. Tre cellette che servono per camare. Una caneva grande con una pilla grande per l'acqua".
Per qualche tempo furono ancora dei religiosi ad esercitare la custodia dell'eremo (nel 1680, ad esempio, vi si trovava il frate agostiniano Giuseppe Matteo Zappetta); poi li sostituirono degli eremiti laici.
Di quello che fu probabilmente l'ultimo eremita ci ha lasciato un vivace ricordo lo scrittore Piero Zorzi nel romanzo storico Cecilia di Baone ossia la Marca Trevigiana al finire del Medio Evo, la cui prima edizione in quattro torni uscì a Venezia nel 1829.
"Presso la vecchia chiesa di S. Fidenzio e i resti dell'antico castello, - si legge in una nota - sta una casuccia, dimora di uno strano eremita, un vecchio soldato, al quale ne fu conceduto l'uso da de' villici che tengono a fitto i pascoli e gli ulivi del colle. Il buon uomo non sapeva qual famosa terra ei calcasse. Avendogli chiesto l'autore se aveva udito dire di Cecilia di Baone, rispose che non a santa Cecilia, ma a san Fidenzio di Baone era consacrata la chiesa della quale egli era il custode e il sacrestano".
Pochi anni dopo la vecchia chiesa sarebbe stata completamente distrutta e le sue rovine sarebbero state in parte utilizzate per costruire il nuovo campanile della chiesa di S. Lorenzo.


Note: Le vicende delle chiese di Baone sono delineate in F. Franceschetti, Baone e la sua antica pieve. Memorie storiche, Padova 1933. Utili anche le pagine dedicate a Baone da A. Gloria, Il territorio padovano illustrato, Padova 1862, t. III, pp. 80-82.
La relazione sulla prima visita pastorale è in P. Gios, L'Inquisitore della Bassa e dei Colli Euganei 1448-1449, Candiana 1990, pp. 131-132.
Per ricostruire la situazione della valle di Baone antecedente alla bonifica si potrebbe utilizzare la sezione "Terre e possessioni situate in villa, corte e pertinenze di Baone appartenenti al Monastero di S. Maria delle Carceri" inserita nel volume cartaceo conservato presso ASP, Corporazioni religiose soppresse. S. Maria di Carceri, 2, cc. 196-240.
Molte informazioni sulla bonifica invece mi sono state fornite da Claudio Grandis, che se ne è occupato in un lavoro ancora inedito. Sulle famiglie dei grandi possidenti un vasta documentazione è in BSP, Baon Decima. Nel Tomo XLIV c. 181 è documentata in data 7 aprile 1664 la "locatione di Pietro Capodivacca al Co. Antonio Maria Dottori di tutti li beni in Baone, casa con brolo et altri campi"; in data 9 febbraio 1647 il passaggio da Francesco Capodovacca a Galeazzo Orologio di campi nove in Baone. Vi si conserva anche un disegno dei campi passati dai Capodivacca ai Dottori "che sono del Ritratto e fuori del Ritratto". Si veda anche A. Cittadella, Descrizione di Padova e suo territorio, Padova 1605, ms. BP 324 della Biblioteca Civica di Padova.
Per la stesura del secondo paragrafo ho utilizzato le carte del Processo criminale contro Fratelli Dottori di Baone conservato in ASP, Archivio Giudiziale Criminale, b. 26, fase. 2. Ringrazio Aldo Pettenella per la segnalazione.
Lo scontro tra il Dottori e il curato presenta un'analogia con la controversia che si accese agli inizi del secolo XVIII tra il Comune di Dueville e la famiglia Monza in relazione alla eliminazione dello stemma dei Monza dal nuovo campanile del paese. Ne parla Claudio Povolo nell'introduzione a Dueville. Storia e identificazione di una comunità del passato, a cura di C. Povolo, Vicenza 1985, p. XVII.
Per i problemi legati all'inventariazione dei beni di Baone dei Gerosolimiti si vedano le Lettere familiari del R.do Dionisio Carrara curato di Baone concernenti interessi del loco sudo con inventario di suppelletili sacre di detta chiesa in BSP, Baone, T. XL, c. 175 e sgg.
Sulla soppressione della Congregazione dei frati di San Girolamo di Fiesole e sui suoi riflessi a Baone si veda P. Gios, Santa Maria in Vanzo. Dapriorato benedettino a seminario diocesano, in Il Seminario di Gregorio Barbarigo. Trecento anni di arte, cultura e fede, a cura di P. Gios e A.M. Spiazzi, Padova 1997, pp. 1820.
Per gli stemmi rinvio a J. Salomoni, Agri patavini inscriptiones sacrae et prophanae, Patavii 1696, p. 164, dove si legge "In templi facie stemmata trium nobilium familiarum, nempe Doctoriae, Engleschae et Enselminae". E inoltre a G. B. Frizier, Cronaca delle famiglie di Padova coi loro stemmi disegnati a colori, in BCP rns BP 1232, dove però compare uno stemma degli Engleschi diverso da quello esistente sul lato sinistro della facciata della chiesa di Baone.